Porcospini e il disturbo del limite

Posto la famosissima parabola di Arthur Shopenhauer sui porcospini che, in modo semplice e meglio di ogni altra descrizione clinica, definisce il tragico destino delle persone affette dal disturbo borderline di personalità.

Poche osservazioni:

Il paziente borderline non conosce il calore, ma sperimenta solo il “piacere” della bruciatura (per lenire la sua angoscia di vuoto interno o per superare la noia), o il mantenimento di una apparente freddezza (quest’ultima per confermare a sé stesso di non valere nulla, di non essere amato e di essere sempre rifiutato o abbandonato).

Non sa regolare la giusta distanza con le altre persone vinto da una dicotomia implacabile tra iper-idealizzazione e iper-svalutazione degli altri (il suo pensiero non conosce il grigio). Quindi le sue relazioni sono caotiche e tempestose.

Non tollera la solitudine (e gli abbandoni) perché percepisce un senso di vuoto interno che lo perseguita e lo angoscia, ma paradossalmente e spesso inconsapevolmente  le cerca perché gli confermano il fatto di non valere molto.  Si sente pertanto vivo solo nella trasgressione e nel superamento dei limiti, con comportamenti impulsivi e auto- od etero-distruttivi .

Il migliore trattamento è la ferma  osservanza dei limiti posta con gentilezza, una volta che si sia costruita una relazione terapeutica in cui passa affetto e comprensione

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Natura e fascino ambivalente della “cattiveria”

In questo articolo mi piacerebbe descrivere in modo molto semplice il concetto di “cattiveria” e della sua relazione con i concetti di ambivalenza, ambiguità e scissione, che caratterizzano inevitabilmente la natura umana. Ciò che lega in maniera indissolubile alcuni aspetti antinomici del nostro essere,  sono ad esempio la coesitenza del cosiddetto “bene” e “male”.

La struttura del post è costituita dall’inserimento delle definizioni di scissione e ambivalenza così come descritte in Wikipedia, e dal riportare in esteso un interessante articolo di Riccardo Dalle Luche e Simone Bertacca sul fascino dell’ ambiguità.

Come conclusione un mirabile passo di Proust dalla Recherche (Dalla parte di Swann) sull’inestricabile inscindibilità e interdipendenza tra bene e male .

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Fenomenologia del quotidiano: l’ontologia del passante

Martin Heidegger in Essere e Tempo definisce uno tra gli aspetti fondanti della condizione umana, quello relativo alla preoccupazione di distinguerci dagli altri. In questo senso l’essere-assieme ha un carattere di “contrapposizione commisurante” (con negazione delle differenze in caso di percepita inferiorità, oppure attraverso meccanismi di imposizione). In questo sterile gioco relazionale, in cui prevale la misurazione con l’altro, si giunge però ad una limitazione della propria libera espressione, perdendo di vista la propria realizzazione. Quindi l’essere umano si trova in una  condizione in cui «non è sé stesso, gli altri lo hanno svuotato del suo essere». “Gli altri” non sono mai “un altro” specifico, ma sono coloro che “ci sono qui”” quotidianamente e dietro cui nascondiamo la nostra identità perduta. In questo sentimento di soggezione – non esiste più un io padrone di sé, ma un anonimo “Si” (impersonale). «Il Chi non è questo o quello, non è sé stesso, non è qualcuno e non è la somma di tutti.

Il mondo pubblico «dissolve completamente il singolo Esserci nel modo di essere “degli altri”, sicché gli altri dileguano ancora di più nella loro particolarità e determinatezza. In questo stato di irrilevanza e di indistinzione il Si esercita la sua tipica dittatura. Ce la passiamo e ci divertiamo come ci si diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si vede e si giudica. Ci teniamo lontani dalla “gran massa” come ci si tiene lontani, troviamo “scandaloso” ciò che si trova scandaloso. Il Si, che non è un Esserci determinato ma tutti (non però come somma), decreta il modo di essere della quotidianità.»

Il Si – togliendo soggettività ad ogni decisione – sottrae i singoli da ogni responsabilità. Il Si precede ogni decisione, ma non la segue perché – dopo l’evento – si dissolve nel “nessuno (è responsabile)”: «in questo sgravamento di essere, il Si si rende accetto all’Esserci perché ne soddisfa la tendenza a prendere tutto alla leggera e a rendere le cose facili». Il Si è dunque il modo d’essere dell’esistente umano che ha perduto sé stesso (o non si è ancora trovato): del vivere inautentico.

In questa dimensione dominata dall’impersonalità, è interessante un esercizio fenomenologico relativo al riconoscimento e all’ontologia del “passante”, molto ben sintetizzata dal seguente articolo del Prof.  Giampaolo Azzoni dell’Università di Pavia: “I Passanti” (sunto della prima lezione del ciclo “Fenomenologia del quotidiano”), tenutasi a Pavia (Collegio Borromeo) il 18 Gennaio 1999.

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Qualche frase per pensare

“…Forse, tutto l’incolore chiacchiericcio senza senso che la nuova umanità senza passioni ripete continuamente, busserà alla porta del guardiano solitario in tutto il suo orrore, in tutta la sua illimitata assurdità, in quel momento, all’improvviso, quell’uomo comincerà a capire…” (Arthur Adamov: La confessione)

“Ogni uomo” , scrive Bion, “Deve poter ‘sognare’ un’esperienza mentre gli capita, sia che gli capiti nel sonno sia che gli capiti da sveglio…”

“…La morte ha inizio da quel ritaglio dell’infinita indeterminazione di senso che chiamiamo identità…” (Giacomo Marramao)

“…Una vita rallentata, fatta di impressioni così impercettibili che sembrano inesistenti…” (E.M. Cioran)

“…Visto che il mondo sta prendendo una direzione delirante è il caso di assumere un punto di vista delirante…” (Jean Baudrillard)

La superficie dell’attimo

In questo post vorrei sottolineare l’importanza che ha il riverberarsi della condizione sociologica di riferimento di un contesto culturale nel determinismo di alcuni tipi di disagio psicologico e viceversa. Viviamo in un epoca dominata dalla tecnica, e impoverita per tale motivo sia di valori fondanti che di ricchezza di pensiero, sempre più disarticolato e telegrafico, automatico, come impongono le nuove forme di comunicazione. In particolare per le giovani generazioni, è possibile che in una dimensione psicologica caratterizzata dalla mancanza di speranza per il futuro in un universo “liquido”, si determini un ripiegamento dei propri comportamenti sul presente (patologia della presentificazione), con soddisfacimento immediato dei propri pseudo-bisogni, quasi sempre vissuti senza il desiderio della relazione con l’altro.

In questo senso parlerei di superficie dell’attimo, perché può esistere anche una sua profondità che avviene nel momento in cui un presente, anche se limitato, può essere condiviso emotivamente con l’altro.

I teorici del divenire sociale hanno analizzato i cambiamenti dl paradigma della costituzione delle soggettività (sia individuali che collettive) nel passaggio tra l’epoca moderna e quella post-moderna. Il sociologo Zygmunt Bauman ha paragonato il concetto di modernità e post-modernità rispettivamente allo stato “solido” e “liquido” della società. Nella modernità la morale rappresenta uno dei regolatori fondamentali dell’agire sociale attraverso la proposta di valori o leggi universali a cui nessun uomo ragionevole (la razionalità è caratteristica della modernità) può sottrarsi. Questa funzione regolatrice di un’unica morale viene persa nell’epoca post-moderna, perché la fine delle grandi ideologie del Novecento (pensiamo ad es. alla “morte di Dio” sottolineata da Nietzsche, all’indagine sull’inconscio effettuata da Freud, la scoperta della Relatività da parte di Einstein), ha reso impossibile la pretesa di verità assolute, e quindi ci troviamo in uno scenario abitato da tante morali coesistenti e da diversi punti di osservazione del mondo. Da qui la metafora della “liquidità”, contrapposta all’organizzazione sociale che si costituisce attraverso principi di valore solidi. L’uomo post-moderno è oramai privo di una morale sovraordinata – di un contenitore collettivo e quindi di un codice di comportamento sociale – assoluto e unico. L’incertezza è l’aspetto che lo caratterizza.

Allego a tale breve riflessione una serie di estratti dall’articolo di Valentina Fonte sul libro “L’ospite inquietante” del filosofo Umberto Galimberti pubblicato sulla Rivista Formazione&InsegnamentoCulture Formative: una questione di Sviluppo o di trasformazione? (2/2011: pp. 379-385)”, e una interessantissima intervista allo psichiatra di orientamento fenomenologico Giovanni Stanghellini su ciò che lega la psicopatologia dell’istante (come distorsione del vissuto di temporalità) al disturbo borderline di personalità, molto diffuso soprattutto tra i giovani.

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La pupilla del Signor Legrandin e gli “orecchi” di Aleksei Aleksandrovič Karenin

Riporterò qui di seguito due esempi letterari, uno  dalla Ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust (nel libro Dalla parte di Swann), ed un altro da Anna Karenina di Lev Tolstoj, che sono illuminanti sulla capacità di uno scrittore di cogliere con pochi tratti e con una descrizione molto accurata della fisionomia e delle caratterisiche fisiche di un personaggio, i suoi stati d’animo più profondi, sia quelli visibili che quelli ipotizzati. Difficilmente uno psichiatra riesce ad essere così acuto nel cogliere le sfumature spesso contraddittorie di una natura umana, perchè rimane intrappolato da categorie diagnostiche spesso vuote di contenuti.

Ma veniamo alle descrizioni:

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Cos’è un Haiku ?

Lo Haiku è un genere poetico giapponese, in cui diciassette sillabe sono distribuite in tre versi, rispettivamente, di cinque, sette e cinque sillabe. Generalmente all’interno dei versi vi è una parola (kigo) che rappresenta un riferimento stagionale più o meno esplicito. La presenza umana o di emozioni, è per lo più sfumata o sfuggente, ma può essere accennata, come risonanza o sintonia di uno stato d’animo con la scena naturale descritta.

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