Fenomenologia dei diversi modi di esistenza mancata: i sette peccati capitali

La teoria e la prassi proprie della psichiatria si situano esattamente nell’ intersezione tra scienze della natura e scienze dello spirito. Come afferma Dilthey diversamente dalle scienze naturali, che tendono a rivelare le uniformità del mondo grazie al loro oggetto che è esterno all’ uomo, e viene compreso attraverso la spiegazione di un fenomeno, le scienze dello spirito tendono a vedere l’universale nel particolare indagando all’ interno dell’uomo, e in questo caso comprendono un fenomeno.

Ciò determina da una parte una ricchezza della stessa disciplina, caratterizzata dal fatto di accettare contributi teorici che provengono sia dal mondo della scienza che dal mondo della filosofia e della letteratura, ma dall’ altra, ovviamente proprio per tali caratteristiche di complessità, anche possibili confusioni di tipo epistemologico.

Anche se la seguente affermazione può sembrare poco intuitiva, dalla parte della scienze dello spirito si situano il metodo fenomenologico e in generale tutti i contributi di tipo filosofico alla psichiatria, mentre, sul versante delle scienze della natura sono presenti sia i contributi delle neuroscienze che gli altri modelli principali di prassi psicoterapeutica come il pensiero psicoanalitico, così come i modelli di tipo cognitivo-comportamentale, e sistemico- relazionale.

In questo senso quindi è importante sottolineare come il pensiero psicoanalitico così come i paradigmi cognitivo-comportamentali e sistemico-relazionale stiano esattamente sullo stesso versante delle neuroscienze, cioè quello delle scienze della natura, anche se spesso tra i diversi metodi si accendono dispute teoriche rilevanti.

In questa prospettiva dire che un paziente è psicotico perché ha un eccesso di dopamina, è un errore umano-scientifico e quindi epistemologico, che è molto simile all’ affermazione che io potrei fare se dicessi: “Sono andato a trovare i miei amici perché (a causa del fatto che) ho l’automobile oppure piove perché (a causa del fatto che) ho l’ombrello aperto”.

In realtà è la mia intenzione di andare a trovare i miei amici che si serve dell’uso della automobile, oppure è la pioggia che fa sì che il mio sistema intenzionale mi permetta di usare l’ombrello.

Noi cioè comunemente pensiamo che sia a causa delle automobili che ci muoviamo più velocemente. In realtà le automobili esistono secondariamente, come invenzione per il nostro desiderio (la nostra intenzione), di spostarci con rapidità.

Così è il cervello: ci serve come strumento costituitosi secondariamente alla esigenza primaria dei nostri progenitori biologici di pensare, parlare o muoverci (intenzione), ma non pensiamo, parliamo o ci muoviamo perché esiste il cervello.

Nello stesso modo, nel paziente psicotico potrebbe essere il disturbo dell’intenzionalità che comporta (al contrario di quanto comunemente affermi  l’odierna psichiatria ad indirizzo biologistico) la disfunzione neurotrasmettitoriale, e non viceversa.

Se quindi consideriamo centrale nel disturbo schizofrenico (meglio definirlo come stato mentale stabilmente disorganizzato) un disturbo dell’intenzionalità, possiamo concludere che se l’intenzionalità (il nostro progetto-nel mondo) è disturbata, la mente perde quelle capacità emergenti che le attribuiscono quel senso di unitarietà, condivisibilità e comprensibilità che contraddistinguono la cosiddetta normalità.

Ma se noi consideriamo la mente come un fenomeno emergente dalla struttura del cervello, la sua espressività è solo apparentemente unitaria, basandosi molto più probabilmente su “miriadi” di moduli funzionalmente relativamente indipendenti, ma interconnessi tra loro: la spiegazione dei sintomi psicotici in cui abbiamo aree di normalità accanto ad aree di follia, potrebbe essere nel venir meno dell’emergenza sistemica, dove al posto della coesione, cominciano a galleggiare “isole” di attività mentale.

La successiva riorganizzazione di queste “isole” provoca lo strutturarsi di un altro tipo di emergenza (che potremmo dire in qualche modo pseudo-adattativa, ma non per questo meno importante per lo strutturarsi di fenomeni cognitivi “nuovi”), e caratterizzata dall’ insorgenza di sintomi psicotici.

In questo senso quindi l’insorgenza di uno “stato psicotico” rappresenterebbe l’emergenza di uno tra i diversi possibili “sistema-mente” con la finalità (anche al di fuori dell’evidenza naturale) di attribuire qualità originali alla realtà circostante (ed invisibili alla maggior parte delle persone), rappresentando quindi paradossalmente una potenzialità “evolutiva” del nostro sistema cognitivo, altrimenti impossibile. Anche su un piano collettivo il significato della follia potrebbe essere correlato alla possibilità di attribuzione di nuovi valori e significati ad elementi della realtà altrimenti codificati secondo schemi pre-costituiti.

Quindi una psichiatria che si occupi dell’esistenza più che dei sintomi non può prescindere da considerazioni che riguardano lo studio non più di nosografia, classificazioni, e disturbi, ma che recuperi la semplicità di quelle condizioni psico-patologiche di base che sono ben descritte nella nostra cultura dai 7 peccati capitali…

Annunci

Il castello dei destini incrociati e il giardino dei sentieri che si biforcano

Per colpa di un chiodo si perse lo zoccolo

Per colpa di uno zoccolo si perse il cavallo

Per colpa di un cavallo si perse il cavaliere

Per colpa di un cavaliere si perse la battaglia

Per colpa di una battaglia si perse il regno!

È esperienza comune di ognuno di noi essere rimasto sorpreso quando in occasione di una festa o cerimonia di una persona amica ha incontrato un proprio amico o conoscente che non sapeva avesse una relazione di amicizia con la persona che ha organizzato la festa.

Questa coincidenza in realtà è ben conosciuta e studiata dalla cosiddetta “teoria dei piccoli mondi” che stabilisce (ovviamente in linea teorica, ma con un buon grado di approssimazione) che tra il presidente deli Stati Uniti e il più sperduto pastore della Mongolia esistono solo “6 gradi di separazione” cioè passaggi di una ideale catena di persone (amiche o conoscenti) che li legano virtualmente e in assenza di collegamenti dovuti ai social network.

• Società di insetti, popolazioni di neuroni, insiemi di persone, hanno almeno due caratteristiche simili: l’alto livello di aggregazione e il basso grado di separazione

• La teoria illustra appunto come sia possibile conciliare questi due aspetti apparentemente contraddittori: il fatto che nonostante ogni elemento tenda ad avere relazioni prevalentemente con pochi altri (alta aggregazione) non impedisce di ottenere comunque una sua “vicinanza”, tramite pochi intermediari, con qualsiasi altro elemento della rete (basso grado di separazione)

Quindi attraverso un numero limitato di “biforcazioni successive” possiamo raggiungere come livello di conoscenza (anche solo parziale o virtuale) qualsiasi persona nel globo, e ciò significa che la rete di relazioni globale di tutto il mondo è più stretta di quanto noi pensiamo.

Insomma il mondo in cui viviamo, formato da oltre 7 miliardi di persone, è in realtà molto più piccolo di quanto non riusciamo ad immaginare.

Naturalmente se noi applichiamo lo stesso paradigma in contesti molto più ristretti (ad es. la città in cui noi viviamo), il livello di biforcazioni successive e sufficienti ad “arrivare” ad un’altra persona si riduce di molto potendo arrivare anche a 2/3 passaggi. In questo senso quindi non stupisce il fatto di sapere che 2 nostri amici o conoscenti si possono conoscere tra di loro indipendentemente da noi, così come nel caso della festa riportato sopra.

Questa teoria o modello, è coerentemente inscritta nella più ampia cornice di riferimento rappresentata dai sistemi dinamici non-lineari e quindi dal caos deterministico, in cui un continuum di possibili biforcazioni e incroci rappresentano geometricamente la dinamica della rete di tutte le nostre relazioni.

Tale costrutto studia quei fenomeni naturali che presentano un elevato grado di imprevedibilità nella loro evoluzione temporale. Ciò si verifica in quei sistemi o processi (definiti caotici o dinamici non-lineari) le cui unità costitutive elementari (o le variabili interne) sono così numerose da interagire tra di loro in maniera particolarmente complessa.

“…Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia…”  

(Carlo Emilio Gadda; Quer pasticciaccio brutto de via Merulana)

Le fluttuazioni della borsa, la variabilità delle condizioni atmosferiche o dei fenomeni sismici, la modalità di distribuzione delle epidemie, l’imprevedibilità del traffico automobilistico nelle grandi metropoli, sono esempi di processi il cui comportamento è analizzato con metodi coerenti con la teoria del “caos deterministico.”

Un punto assolutamente fondamentale per distinguere un sistema lineare da uno non-lineare è la forte dipendenza dalle piccole fluttuazioni dei parametri che si verificano nelle fasi iniziali del processo di quest’ultimo, e che si amplificano fino a produrre effetti incalcolabili a distanza di tempo (rendendo fortemente imprevedibile l’evoluzione del sistema).

I sistemi dinamici non-lineari sono aperti e dissipativi (scambiano cioè energia con l’ambiente esterno) e si auto-organizzano fino a tendere ad uno stato di equilibrio termodinamico.

Leggi deterministiche in realtà sono sottostanti a questo apparente disordine, e, la dinamica della stabilizzazione di un sistema caotico, nel tempo, a partire dalle sue condizioni iniziali, è descritta da equazioni differenziali non-lineari, e visualizzabile graficamente mediante la ricostruzione di una traiettoria di punti (attrattore caotico). Ogni punto è rappresentato da un “vettore di stato” che è la risultante di tutti i valori assunti dalle variabili che descrivono il sistema in un determinato momento.

Il traffico delle grandi metropoli è un esempio di sistema dinamico non-lineare

• Se devo attraversare la città di Roma alle 03.00 di mattina, il fenomeno avrà un andamento lineare: se esco di casa 15 minuti dopo, arriverò 15 minuti dopo nel luogo prefissato

• Ma se devo attraversare Roma intorno alle 07.30 di mattina, le cose cambiano: a quell’ora ci sono già decine di migliaia di autoveicoli (che hanno una dinamica di forte interazione tra di loro). In questo caso, se esco di casa con 15 minuti di ritardo, non arriverò 15 minuti dopo, ma rischierò di arrivare 1 ora dopo per l’accumularsi di piccoli ritardi successivi. Questi sono dovuti alla alta caoticità del sistema, che perde quindi le caratteristiche della “linearità”

• In questo caso quindi, l’andamento complessivo del sistema, risente fortemente di piccole differenze delle condizioni iniziali

Altri esempi

• Il rumore delle persone che parlano in un ristorante, e che aumenta progressivamente perché rimane sempre più difficile parlare ed ascoltare i propri vicini (e quindi bisogna aumentare il tono di voce), è un altro esempio di fenomeno dinamico non-lineare. L’auto-organizzazione e la stabilizzazione nel tempo di un tale fenomeno, avviene quando la consapevolezza dell’invivibilità della situazione porta le persone ad abbassare il tono della voce, oppure quando qualcuno protesta e interrompe il circolo vizioso

• L’aumento dei prezzi con l’introduzione dell’euro: 1) aumento dei prezzi da parte dei commercianti e liberi professionisti; 2) nella prima fase i consumatori non si accorgono del danno che subiscono, e continuano a consumare; 3) in una seconda fase l’aumento del costo della vita impone ai consumatori di ridurre le spese; 4) il sistema può riequilibrarsi e sopravvivere solo con la conseguente riduzione dei prezzi

• Un fenomeno apparentemente ci si può presentare come improvviso, ma in realtà il processo che ha portato alla transizione di fase visibile è stato preceduto da un impercettibile misconosciuto, ma continuo mutamento all’interno del sistema: basti pensare alla caduta di un frutto maturo o alla insorgenza di una malattia (l’insorgenza di uno stato psicotico o di una demenza ecc.). Quando la massa critica del processo raggiunge il livello di non ritorno (anti-omeostatico), il processo diventa visibile (criticità auto-organizzata)

• La rete ferroviaria di una nazione rappresenta un altro esempio di sistema dinamico non-lineare: l’interruzione di una linea in Calabria può provocare ripercussioni (ritardi) su tutta la linea, fino ad interessare ad es. il Piemonte o la Lombardia

• Il metereologo americano Lorenz stabilì che non era possibile fare delle previsioni del tempo che superassero i 4-5 giorni, avendo a disposizione 3 variabili: temperatura, velocità del vento, umidità. Egli ricostruì graficamente il sistema di equazioni differenziali che descrivevano il fenomeno (e che risultava impredicibile a causa della sua elevata caoticità) e che era rappresentato dal seguente “attrattore caotico”

clip_image002

La ricostruzione vettoriale avviene in uno spazio multi-dimensionale (definito “spazio delle fasi” o “iperspazio”) con un numero di dimensioni “n” che equivalgono al numero di variabili necessarie a descrivere completamente il sistema. Nei sistemi dissipativi, tutte le traiettorie possibili (proprio a causa delle forze dissipative), non occupano tutto lo spazio delle fasi (come invece accade nei sistemi conservativi), ma tendono ad occupare una regione limitata, un sub-spazio di dimensione non più grande di “n”. Dal momento che l’evoluzione di un sistema caotico dipende sensibilmente dalle condizioni iniziali, le orbite dell’attrattore mostreranno in una prima fase una divergenza esponenziale tra di loro con uno “stiramento” nello spazio delle fasi: lo stiramento amplifica le indeterminazioni su piccola scala, per cui l’informazione contenuta nel “vettore di stato iniziale” viene perduta velocemente; successivamente, aumentando le forze dissipative per il maggiore scambio di energia con l’esterno, si avrà una diminuzione della distanza tra le orbite, con conseguente “ripiegatura” in un subspazio nello spazio delle fasi.

Nel caso di un sistema descritto da questo tipo di attrattori, la previsione del suo comportamento a lungo termine è resa difficile dal fatto che l’informazione contenuta nel “vettore di stato” iniziale viene persa velocemente, sostituendosi ad essa sempre nuova informazione.Ciò avviene perché lo “stiramento” amplifica le indeterminazioni su piccola scala, e la “ripiegatura” cancella l’informazione su lunga scala, rimuovendo qualsiasi legame causale tra passato e futuro.

Una caratteristica peculiare di un attrattore caotico è di presentare una dimensionalità di tipo “frattale”. ciò deriva dal continuo processo, nel tempo, di “stiramento” e “ripiegatura” delle orbite che produce una struttura nello spazio delle fasi con un infinito numero di strati attraversati dalle traiettorie. per questo motivo l’attrattore presenta caratteristiche di auto-similarità nella sua struttura interna (presenta cioè un isomorfismo ad ingrandimenti scalari delle sue varie regioni).

clip_image004

Con l’esempio del traffico automobilistico di una grande metropoli possiamo chiarire il concetto di auto-similarità di un sistema caotico: 1) la città è molto trafficata globalmente; 2) in un quartiere di questa città, il traffico è di minore entità; 3) in qualche strada di questo quartiere però, il traffico è particolarmente elevato per la presenza ad es. di una scuola; 4) in alcuni tratti di questa strada, il traffico è pressoché inesistente; 5) e così via…

Dopo questa breve introduzione teorica sulla matematica del caos deterministico con piacere riporto tre racconti di due grandissimi scrittori (J.L. Borges e Italo Calvino) da me molto amati, e che meglio di qualsiasi altra descrizione matematica ci conducono in un mondo fatto di biforcazioni e incroci.

Questi racconti sono Il giardino dei sentieri che si biforcano di JL Borges tratto dal link “http://it.scribd.com/doc/102679342/4/Il-giardino-dei-sentieri-che-si-biforcano”, e Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino tratto dal link “http://crilet.wordpress.com/testi/”. La ramificazione dei vari tempi è affrontata anche, ad esempio, nel racconto di Borges “Esame dell’opera di Herbert Quain”, dove una delle opere prevede la ramificazione di diverse possibili linee temporali, in questo caso però di molteplici possibili passati convergenti in un unico futuro tratto dal link http://www.ctsbasilicata.it/files/aavv_-_racconti_matematici.pdf.

Leggi il resto dell’articolo

Tempo, memoria e oblio: madeleine ed ologrammi

Il tempo nella tradizione Giudaico-Cristiana si caratterizza per i seguenti aspetti principali:

 

1)  La storia ha un inizio e una fine;   2)  È teleologica; l’universo è progettato e la storia dell’umanità è diretta verso una fine, per uno scopo ben definito; 3)  La storia è ricca di significato, e, anche se questo può riuscire incomprensibile all’uomo, non è accidentale, ma è da riferire esclusivamente all’adempimento di una volontà o piano Divini. Comunque, il definitivo come, perché e quando di questo grande piano sono al di là dell’umana comprensione, e sono noti solo a Dio, il Creatore; 4) La storia umana nel suo svolgimento, assomiglia a un dramma di intensità crescente. È organizzata, diretta e sostenuta da Dio in modo sia diretto che indiretto. Come ogni dramma, ha un inizio, un momento culminante e una fine che sono analoghi ai concetti teologici della Genesi, la Venuta di un Messia e il Giorno del Giudizio Finale ; 5) Questo unico dramma umano è recitato esclusivamente su un palcoscenico chiamato Terra, che viene inteso come il centro dell’Universo, per quanto concerne questa unica rappresentazione.
 
 
Il tempo nella concezione Buddhista riconosce invece le seguenti differenze:
 
1)  La storia ha un inizio e una fine ma in senso relativo, non assoluto, e in questo senso il tempo ha una struttura che può essere definita come “circolare” e con elementi di forte interdipendenza reciproca tra passato presente e futuro ; 2) La storia è ricca di grande significato poiché è un processo necessario per la realizzazione della Perfezione (Buddhità) per tutti gli esseri viventi, e non ha un unico significato; ci sono numerose storie di altri esseri senzienti di uguale significato in altri universi;  3) Ci sono innumerevoli universi; la terra è soltanto un puntino nella vasta estensione del Dharmadhatu (gli infiniti universi), e la terra non è il solo palcoscenico su cui un unico dramma, voluto da un Dio, viene recitato;  4)  La storia, umana o no, non è un dramma progettato e organizzato da Dio; viene messa in essere dal karma collettivo di esseri senzienti;  5) Non c’è un modello o una struttura definita entro cui tutte le storie debbono rientrare. La struttura della storia viene dettata dalla natura del karma collettivo di esseri viventi in quella particolare storia
 
 
Questo dialogo tratto in un testo fondamentale della dottrina Hua-yen
 
“…Fa-Tsang all’imperatrice Wu: “dal momento che tutte le cose si generano in maniera interdipendente […], e che i legami di questa interdipendenza si espandono per l’intero universo e attraverso ogni tempo (passato, presente e futuro dipendono l’uno dall’altro, ciò che significa che il dharmadhatu, nel suo complesso, si genera simultaneamente), ecco che nella totalità dell’interdipendenza, nel dharmadhatu, tutti i fenomeni si compenetrano reciprocamente e sono identici…”
 
 
 Fa eco con il dialogo tra Alice e la Regina
 
Disse la regina … ‘… la memoria lavora in tutti e due i sensi.’
‘Io sono sicura che la mia lavora in un unico senso – le fece notare Alice –. Non potrei ricordare le cose prima che avvengano.’
‘È una povera memoria che lavora solo all’indietro, rispose la regina.”
 
(Lewis Carroll, 1871, p. 163)
 
 
E rimanda alla dottrina dell’eterno ritorno ipotizzata da Nietzsche e che allude allo stato mentale del deja-vu
 
E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna, e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti -non dobbiamo tutti essere stati un’altra volta ?- e ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via -non dobbiamo ritornare in eterno ? […] E improvvisamente, ecco, udii un cane ululare. Non avevo già udito una volta un cane ululare così ? E il mio pensiero corse all’indietro. Si ! Quando ero bambino, in infanzia remota: – allora udii un cane ululare così. E lo vidi anche, il pelo irto, la testa all’insù, tremebondo, nel più profondo silenzio di mezzanotte, quando i cani credono agli spettri: – tanto che ne ebbi pietà. Proprio allora la luna piena, in un silenzio di morte, saliva sulla casa, proprio allora si era fermata una sfera incandescente, -tacita sul tetto piatto come su roba altrui […]
 
 
 
Ma è con Proust che si delinea anche se letterariamente una descrizione del funzionamento della memoria compatibile con  un modello “olografico” della stessa (quindi connessionisitico, sistemico, dinamico non-lineare), contrariamente a tutti gli altri modelli di stampo Human Information Processing
 

Il gatto di Schrödinger

Ad integrazione del post precedente, una breve osservazione riguardante la proprietà di alcuni stati mentali sia normali che patologici, e che sembrerebbe risultare dalla sovrapposizione di stati contrapposti, ma comunque coerenti tra di loro, così come le testimonianze del racconto riportato nell’articolo precedente.

Mi vengono in mente 2 esempi: l’ambivalenza emotiva e/o di sentimenti riguardo una situazione o una persona. E’ esperienza comune avere sentimenti o emozioni sinceramente contraddittorie nei confronti ad es. di una persona verso la quale si può provare contemporaneamente amore e odio. Così, in quello che chiamiamo disturbo bipolare, o psicosi maniaco depressiva, possiamo osservare il cosiddetto “stato misto”, in cui sono contemporaneamente presenti sintomi maniacali e depressivi inestricabilmente mescolati tra di loro.

Questo fenomeno, anche se ovviamente appare azzardato trovare delle analogie tra stati mentali (quindi osservabili macroscopicamente dal clinico)  e il mondo microscopico governato dalle leggi della meccanica quantistica, sembra ricordare quel paradosso descritto da Schrödinger nel celebre esperimento teorico del gatto.   

Riporto a questo proposito la parziale descrizione dell’esperimento, e la sua spiegazione, così come riportato da wikipedia all’indirizzo: http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_del_gatto_di_Schr%C3%B6dinger

Leggi il resto dell’articolo

Il labirinto delle verità

In questo articolo mi ricollego ad uno dei post precedenti sulla difficoltà di poter definire chiaramente il concetto di “Io” così come spiegato ad es. dalla psicoanalisi, e messo invece in discussione da argomentazioni di tipo filosofico (vedi l’articolo riportato di Aldo Masullo).

Analogamente anche il concetto di verità oggettiva e assoluta è stato da sempre messo in discussione fin dai presocratici (si pensi ai sofisti e agli scettici), anche se da altri filosofi ed in altre epoche questo concetto è stato invece considerato come un valore assoluto (si pensi ad Aristotele, ala cultura cristiana e all’Illuminismo)

Nel XX° secolo diversi autori di varie discipline hanno in qualche modo posto il problema della relatività del termine verità. Nietzsche ha annunciato la morte di Dio punto di riferimento assoluto di tutta la cultura cristiana, Einstein ha indagato la relazione tra spazio-tempo ed energia demolendo la concezione newtoniana della realtà fisica, Freud ci ha spiegato che gran parte dei nostri comportamenti, desideri, paure  derivano da un sottofondo impenetrabile alla coscienza. Nella fisica quantistica (principio di Heisenberg) è stata fondamentale la consapevolezza che se di una particella si può conoscere la quantità di moto non è possibile contemporaneamente conoscerne la posizione. Wittgenstein dal canto suo affermava che dal momento che tutta la conoscenza viene filtrata dalle percezioni umane, limitate ed imperfette, per forza di cose ogni conoscenza è relativa alle esperienze sensibili per l’uomo.

Citando appunto Wittgenstein:

“Se un leone potesse parlare non lo capiremmo comunque”

Dopo queste brevi e semplici considerazioni riporto il racconto “Nel bosco” di Ryunosuke Akutagawa (da Rashōmon e altri racconti, TEA, 2002, Milano, http://it.scribd.com/doc/57284949/Akutagawa-Rashomon-Nel-Bosco) che è un esempio in letteratura di come uno stesso evento possa essere descritto da punti di vista completamente diversi e contraddittori tra di loro, ma con un grado di coerenza interna ineccepibile.

Leggi il resto dell’articolo

L’etica del viandante

Nel passaggio dal pensiero filosofico presocratico a Platone, il problema dell’essere viene oggettivizzato dalla gnoseologia in un processo di sua rappresentazione in un sistema di conoscenze. In questo “oscuramento” dell’essere si fa strada il concetto di “valore” che, vicariando la scomparsa dell’orizzonte ontico, assume importanza come virtù propria e non più legata all’essere. Questo concetto è ricordato da Heidegger nel suo commento al frammento B 119 di Eraclito :

il detto di Eraclito suona: Êthos anthrópoi daímon. In genere si è soliti tradurre: “Il carattere proprio è per l’uomo il suo demone”. Questa traduzione pensa in modo moderno e non greco. Êthos significa soggiorno (Aufenthalt), luogo dell’abitare. La parola nomina la regione aperta dove abita l’uomo. L’apertura del suo soggiorno lascia apparire ciò che viene incontro all’essenza dell’uomo, e così avvenendo soggiorna nella sua vicinanza. Il soggiorno dell’uomo contiene e custodisce l’avvento di ciò che appartiene all’uomo nella sua essenza.

L’importanza di Nietzsche è stata di cogliere l’inconsistenza di tutte le gerarchie di valori, in quanto esito di questo processo di autonomizzazione dei sistemi etico-valoriali avulso dall’essenza dell’essere. In questo senso Nietzsche riconosce alla figura del viandante la vera etica dell’abitare il mondo:

“Chi anche solo in una certa misura è giunto alla libertà della ragione non può poi sentirsi sulla terra nient’altro che un viandante, non u viaggiatore diretto ad una meta finale (…). Quando silenziosamente, nell’equilibrio dell’anima mattinale, egli passeggerà sotto gli alberi, gli cadranno intorno dalle cime e dai recessi del fogliame solo cose buone e chiare, i doni di tutti questi spiriti liberi che abitano sul monte, nel bosco e nella solitudine e che, simili a lui, nella loro maniera ora gioiosa ed ora meditabonda sono viandanti e filosofi. Nati dai misteri del mattino, essi meditano come mai il giorno, fra il decimo e il dodicesimo rintocco di campana, possa avere un volto così puro, così luminoso, così trasfiguratamente sereno: essi cercano la filosofia del mattino. .

M. Heidegger. Lettera sull’umanismo. Adelphi, Milano 1987, p. 306

F. Nietzsche. Umano, troppo umano I. Adelphi, Milano (1965-1967).

La radura

foto

Da: C. F. Muscatello, P. Scudellari: Per un’etica dell’ascolto. Da Heidegger a Bion. Comprendre (volume 10, pp. 101-108).

“…Di fronte alla metafora della luce che, mentre smaschera la verità, appiattisce le differenze ed  acceca lo sguardo, l’ultimo Heidegger conia un’immagine-chiave, una nuova metafora che deve indicare che la verità non è qualcosa in piena luce, anzi non è luce ma un effetto che proviene dal  gioco fra oscurità e chiarezza. Si tratta di una metafora boschiva: la “radura” (Lichtung).
La parola Lichtung significa, in prima approssimazione, radura boschiva, e quindi un bosco – luogo oscuro – che è stato sfoltito e reso relativamente più accessibile alla luce (per l’analisi della complessità semantica implicata nella metafora della Lichtung, cfr. Amoroso, 1983). Come metafora il termine allude ad un venire-alla-luce a partire da un’oscurità irriducibile che circonda, nasconde e protegge.
Heidegger non vi si riferisce né nel senso letterale di radura né in quello traslato di chiarore, ma polarizza su questa immagine, oltre all’intrecciarsi di oscurità e luce, di nascondimento e  disvelamento, altri sensi e rimandi: il silenzio, il luogo dell’eco e del suo spegnersi, luogo di sosta a cui giungono e da cui si dipartono sentieri, luogo della quiete che allude anche al “suono della quiete”, luogo sacro (da locus = boschetto sacro). In questa metafora troviamo fuse percezioni visive, uditive e cenestesiche ciascuna delle quali si sovrappone all’altra in una tessitura che non sembra prevedere bordi. La Lichtung è il teatro metaforico «per la luminosità e l’oscurità, ma anche per l’eco e per il suo spegnersi, per ogni suono e per il suo svanire» (Heidegger, 1969, p. 173). La Lichtung è anche il luogo dove si sosta per riprendere il cammino, un luogo a cui giungono e da cui si dipartono sentieri, alludendo con ciò alla essenziale erraticità del pensiero e agli interminabili percorsi verso la verità.
L’originalità e la pregnanza del concetto di Lichtung consistono nel «far coincidere l’oggetto della ricerca con il modo del cercare» (Rovatti, 1989). L’ultimo Heidegger è infatti impegnato nel paradosso di non catturare mai l’oggetto della ricerca (la Verità, l’Essere), ma di custodirlo e salvaguardarlo nella sua costitutiva indicibilità. Egli contrappone un “girargli intorno”, un “lieve circoscrivere”, all’atteggiamento catturante e smascherante della metafisica e della scienza.
Custodire, salvaguardare, lasciar essere rappresentano i vertici della metafora heideggeriana della Lichtung…”

  1. Amoroso L. (1983): “La Lichtung di Heidegger come lucus a (non) lucendo”. In: “Il pensiero debole”, a cura
    di G. Vattimo e P. L. Rovatti, Milano, Feltrinelli.
  2. Heidegger M. (1969): “Tempo ed Essere”. Napoli, Guida, 1980.

  3. Rovatti P. A. (1989): “Le parole della divergenza”. Aut Aut., 234, nov-dic.

heidegger