Il castello dei destini incrociati e il giardino dei sentieri che si biforcano

Per colpa di un chiodo si perse lo zoccolo

Per colpa di uno zoccolo si perse il cavallo

Per colpa di un cavallo si perse il cavaliere

Per colpa di un cavaliere si perse la battaglia

Per colpa di una battaglia si perse il regno!

È esperienza comune di ognuno di noi essere rimasto sorpreso quando in occasione di una festa o cerimonia di una persona amica ha incontrato un proprio amico o conoscente che non sapeva avesse una relazione di amicizia con la persona che ha organizzato la festa.

Questa coincidenza in realtà è ben conosciuta e studiata dalla cosiddetta “teoria dei piccoli mondi” che stabilisce (ovviamente in linea teorica, ma con un buon grado di approssimazione) che tra il presidente deli Stati Uniti e il più sperduto pastore della Mongolia esistono solo “6 gradi di separazione” cioè passaggi di una ideale catena di persone (amiche o conoscenti) che li legano virtualmente e in assenza di collegamenti dovuti ai social network.

• Società di insetti, popolazioni di neuroni, insiemi di persone, hanno almeno due caratteristiche simili: l’alto livello di aggregazione e il basso grado di separazione

• La teoria illustra appunto come sia possibile conciliare questi due aspetti apparentemente contraddittori: il fatto che nonostante ogni elemento tenda ad avere relazioni prevalentemente con pochi altri (alta aggregazione) non impedisce di ottenere comunque una sua “vicinanza”, tramite pochi intermediari, con qualsiasi altro elemento della rete (basso grado di separazione)

Quindi attraverso un numero limitato di “biforcazioni successive” possiamo raggiungere come livello di conoscenza (anche solo parziale o virtuale) qualsiasi persona nel globo, e ciò significa che la rete di relazioni globale di tutto il mondo è più stretta di quanto noi pensiamo.

Insomma il mondo in cui viviamo, formato da oltre 7 miliardi di persone, è in realtà molto più piccolo di quanto non riusciamo ad immaginare.

Naturalmente se noi applichiamo lo stesso paradigma in contesti molto più ristretti (ad es. la città in cui noi viviamo), il livello di biforcazioni successive e sufficienti ad “arrivare” ad un’altra persona si riduce di molto potendo arrivare anche a 2/3 passaggi. In questo senso quindi non stupisce il fatto di sapere che 2 nostri amici o conoscenti si possono conoscere tra di loro indipendentemente da noi, così come nel caso della festa riportato sopra.

Questa teoria o modello, è coerentemente inscritta nella più ampia cornice di riferimento rappresentata dai sistemi dinamici non-lineari e quindi dal caos deterministico, in cui un continuum di possibili biforcazioni e incroci rappresentano geometricamente la dinamica della rete di tutte le nostre relazioni.

Tale costrutto studia quei fenomeni naturali che presentano un elevato grado di imprevedibilità nella loro evoluzione temporale. Ciò si verifica in quei sistemi o processi (definiti caotici o dinamici non-lineari) le cui unità costitutive elementari (o le variabili interne) sono così numerose da interagire tra di loro in maniera particolarmente complessa.

“…Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia…”  

(Carlo Emilio Gadda; Quer pasticciaccio brutto de via Merulana)

Le fluttuazioni della borsa, la variabilità delle condizioni atmosferiche o dei fenomeni sismici, la modalità di distribuzione delle epidemie, l’imprevedibilità del traffico automobilistico nelle grandi metropoli, sono esempi di processi il cui comportamento è analizzato con metodi coerenti con la teoria del “caos deterministico.”

Un punto assolutamente fondamentale per distinguere un sistema lineare da uno non-lineare è la forte dipendenza dalle piccole fluttuazioni dei parametri che si verificano nelle fasi iniziali del processo di quest’ultimo, e che si amplificano fino a produrre effetti incalcolabili a distanza di tempo (rendendo fortemente imprevedibile l’evoluzione del sistema).

I sistemi dinamici non-lineari sono aperti e dissipativi (scambiano cioè energia con l’ambiente esterno) e si auto-organizzano fino a tendere ad uno stato di equilibrio termodinamico.

Leggi deterministiche in realtà sono sottostanti a questo apparente disordine, e, la dinamica della stabilizzazione di un sistema caotico, nel tempo, a partire dalle sue condizioni iniziali, è descritta da equazioni differenziali non-lineari, e visualizzabile graficamente mediante la ricostruzione di una traiettoria di punti (attrattore caotico). Ogni punto è rappresentato da un “vettore di stato” che è la risultante di tutti i valori assunti dalle variabili che descrivono il sistema in un determinato momento.

Il traffico delle grandi metropoli è un esempio di sistema dinamico non-lineare

• Se devo attraversare la città di Roma alle 03.00 di mattina, il fenomeno avrà un andamento lineare: se esco di casa 15 minuti dopo, arriverò 15 minuti dopo nel luogo prefissato

• Ma se devo attraversare Roma intorno alle 07.30 di mattina, le cose cambiano: a quell’ora ci sono già decine di migliaia di autoveicoli (che hanno una dinamica di forte interazione tra di loro). In questo caso, se esco di casa con 15 minuti di ritardo, non arriverò 15 minuti dopo, ma rischierò di arrivare 1 ora dopo per l’accumularsi di piccoli ritardi successivi. Questi sono dovuti alla alta caoticità del sistema, che perde quindi le caratteristiche della “linearità”

• In questo caso quindi, l’andamento complessivo del sistema, risente fortemente di piccole differenze delle condizioni iniziali

Altri esempi

• Il rumore delle persone che parlano in un ristorante, e che aumenta progressivamente perché rimane sempre più difficile parlare ed ascoltare i propri vicini (e quindi bisogna aumentare il tono di voce), è un altro esempio di fenomeno dinamico non-lineare. L’auto-organizzazione e la stabilizzazione nel tempo di un tale fenomeno, avviene quando la consapevolezza dell’invivibilità della situazione porta le persone ad abbassare il tono della voce, oppure quando qualcuno protesta e interrompe il circolo vizioso

• L’aumento dei prezzi con l’introduzione dell’euro: 1) aumento dei prezzi da parte dei commercianti e liberi professionisti; 2) nella prima fase i consumatori non si accorgono del danno che subiscono, e continuano a consumare; 3) in una seconda fase l’aumento del costo della vita impone ai consumatori di ridurre le spese; 4) il sistema può riequilibrarsi e sopravvivere solo con la conseguente riduzione dei prezzi

• Un fenomeno apparentemente ci si può presentare come improvviso, ma in realtà il processo che ha portato alla transizione di fase visibile è stato preceduto da un impercettibile misconosciuto, ma continuo mutamento all’interno del sistema: basti pensare alla caduta di un frutto maturo o alla insorgenza di una malattia (l’insorgenza di uno stato psicotico o di una demenza ecc.). Quando la massa critica del processo raggiunge il livello di non ritorno (anti-omeostatico), il processo diventa visibile (criticità auto-organizzata)

• La rete ferroviaria di una nazione rappresenta un altro esempio di sistema dinamico non-lineare: l’interruzione di una linea in Calabria può provocare ripercussioni (ritardi) su tutta la linea, fino ad interessare ad es. il Piemonte o la Lombardia

• Il metereologo americano Lorenz stabilì che non era possibile fare delle previsioni del tempo che superassero i 4-5 giorni, avendo a disposizione 3 variabili: temperatura, velocità del vento, umidità. Egli ricostruì graficamente il sistema di equazioni differenziali che descrivevano il fenomeno (e che risultava impredicibile a causa della sua elevata caoticità) e che era rappresentato dal seguente “attrattore caotico”

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La ricostruzione vettoriale avviene in uno spazio multi-dimensionale (definito “spazio delle fasi” o “iperspazio”) con un numero di dimensioni “n” che equivalgono al numero di variabili necessarie a descrivere completamente il sistema. Nei sistemi dissipativi, tutte le traiettorie possibili (proprio a causa delle forze dissipative), non occupano tutto lo spazio delle fasi (come invece accade nei sistemi conservativi), ma tendono ad occupare una regione limitata, un sub-spazio di dimensione non più grande di “n”. Dal momento che l’evoluzione di un sistema caotico dipende sensibilmente dalle condizioni iniziali, le orbite dell’attrattore mostreranno in una prima fase una divergenza esponenziale tra di loro con uno “stiramento” nello spazio delle fasi: lo stiramento amplifica le indeterminazioni su piccola scala, per cui l’informazione contenuta nel “vettore di stato iniziale” viene perduta velocemente; successivamente, aumentando le forze dissipative per il maggiore scambio di energia con l’esterno, si avrà una diminuzione della distanza tra le orbite, con conseguente “ripiegatura” in un subspazio nello spazio delle fasi.

Nel caso di un sistema descritto da questo tipo di attrattori, la previsione del suo comportamento a lungo termine è resa difficile dal fatto che l’informazione contenuta nel “vettore di stato” iniziale viene persa velocemente, sostituendosi ad essa sempre nuova informazione.Ciò avviene perché lo “stiramento” amplifica le indeterminazioni su piccola scala, e la “ripiegatura” cancella l’informazione su lunga scala, rimuovendo qualsiasi legame causale tra passato e futuro.

Una caratteristica peculiare di un attrattore caotico è di presentare una dimensionalità di tipo “frattale”. ciò deriva dal continuo processo, nel tempo, di “stiramento” e “ripiegatura” delle orbite che produce una struttura nello spazio delle fasi con un infinito numero di strati attraversati dalle traiettorie. per questo motivo l’attrattore presenta caratteristiche di auto-similarità nella sua struttura interna (presenta cioè un isomorfismo ad ingrandimenti scalari delle sue varie regioni).

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Con l’esempio del traffico automobilistico di una grande metropoli possiamo chiarire il concetto di auto-similarità di un sistema caotico: 1) la città è molto trafficata globalmente; 2) in un quartiere di questa città, il traffico è di minore entità; 3) in qualche strada di questo quartiere però, il traffico è particolarmente elevato per la presenza ad es. di una scuola; 4) in alcuni tratti di questa strada, il traffico è pressoché inesistente; 5) e così via…

Dopo questa breve introduzione teorica sulla matematica del caos deterministico con piacere riporto tre racconti di due grandissimi scrittori (J.L. Borges e Italo Calvino) da me molto amati, e che meglio di qualsiasi altra descrizione matematica ci conducono in un mondo fatto di biforcazioni e incroci.

Questi racconti sono Il giardino dei sentieri che si biforcano di JL Borges tratto dal link “http://it.scribd.com/doc/102679342/4/Il-giardino-dei-sentieri-che-si-biforcano”, e Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino tratto dal link “http://crilet.wordpress.com/testi/”. La ramificazione dei vari tempi è affrontata anche, ad esempio, nel racconto di Borges “Esame dell’opera di Herbert Quain”, dove una delle opere prevede la ramificazione di diverse possibili linee temporali, in questo caso però di molteplici possibili passati convergenti in un unico futuro tratto dal link http://www.ctsbasilicata.it/files/aavv_-_racconti_matematici.pdf.

IL GIARDINO DEI SENTIERI CHE SI BIFORCANO

di J.L. Borges

Tratto da: Borges, Tutte le opere, A. Mondadori Ed., Milano 1984, Vol. I°, pp. 688-702. Traduzione di Franco Lucentini.

a Victoria Ocampo

A pagina 252 della Storia della Guerra europea di Liddell Hart si legge che un’offensiva di tredici divisioni britanniche (appoggiate da millequattrocento pezzi d’artiglieria) contro la linea Serre-Montauban era stata decisa per il 24 luglio l916, ma dovette essere ritardata fino alla mattina del 29. Questo ritardo (secondo il capitano Liddell Hart) si dovette unicamente alle piogge torrenziali. La seguente deposizione, dettata, riletta e firmata dal dottor Yu Tsun, ex professore d’inglese alla Hochschule di Tsingtao, getta sul caso una luce insospettata. Mancano le due pagine iniziali.

… e riappesi il ricevitore. Immediatamente dopo, riconobbi la voce che aveva risposto in tedesco. Era quella del capitano Richard Madden. Il fatto che Madden si trovasse nell’appartamento di Viktor Runeberg significava la fine dei nostri affanni e anche – ma questo pareva molto secondario, o almeno doveva parermi tale – delle nostre vite. Significava che Runeberg era stato arrestato, o assassinato.*

* Ipotesi idiota e infondata La spia prussiana Hans Rabener, alias Viktor Runeberg, aggredì con una pistola automatica il latore del mandato d’arresto, capitano Richard Madden. Questi, in propria difesa, gli cagionò ferite che ne determinarono la morte. (Nota dell’editore.)

Prima che declinasse il sole di quel giorno, io avrei certo subito la stessa sorte. Madden era implacabile. O meglio: era costretto a essere implacabile. Irlandese agli ordini dell’Inghilterra, uomo accusato di tepidezza e forse di tradimento, come non avrebbe profittato e gioito di questo miracoloso favore: la cattura, forse la morte, di due agenti dell’Impero tedesco? Salii nella mia stanza; chiusi a chiave, assurdamente, la porta, e mi stesi sullo stretto letto di ferro. Dietro la finestra aperta c’erano i tetti di sempre e il sole obnubilato delle sei. Mi parve incredibile che questo giorno senza premonizioni né simboli fosse quello della mia morte implacabile. Con tutto questo: che mio padre era morto; con tutto questo: che ero stato bambino nel simmetrico giardino di Hai Feng: io, ora, stavo per morire? Poi riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me… Il ricordo quasi intollerabile del volto cavallino di Madden abolì queste divagazioni. Nel mezzo del mio odio e del mio terrore (ora non m’importa di parlare di terrore: ora che ho beffato Richard Madden, ora che la mia gola anela la corda) pensai che quel guerriero tumultuoso e indubbiamente felice non sospettava che io possedessi il Segreto: il nome del luogo preciso in cui erano postate le artiglierie del XI Parco britannico sull’Ancre. Un uccello che rigò il cielo grigio, macchinalmente lo tradussi in un aeroplano, e questo aeroplano in molti (nel cielo francese), che annichilavano il parco d’artiglieria con bombe verticali. Se la mia bocca, prima che una palla la fracassasse, avesse potuto gridare questo nome in modo che l’udissero in Germania… La mia voce umana era poverissima. Come farla giungere all’orecchio del Capo? All’orecchio di quell’uomo odioso e malaticcio, che nulla sapeva di Runeberg e di me se non che eravamo nello Staffordshire e che invano s’aspettavano notizie nostre nell’arido ufficio berlinese dov’egli era seduto, sfogliando infinitamente giornali… Dissi a voce alta: “Debbo fuggire”. Mi levai senza rumore, in una inutile perfezione di silenzio, Come se Madden già stesse spiandomi. Qualcosa – forse il mero desiderio d’una prova ostensibile che le mie risorse erano nulle – mi persuase a una rivista delle mie tasche. Vi trovai ciò che già sapevo vi avrei trovato. L’orologio nordamericano, la catena di nichel con la sua medaglia rettangolare, il portachiavi con le compromettenti e inutili chiavi dell’appartamento di Runeberg, il taccuino, una lettera che decisi di distruggere immediatamente (e che non distrussi), il passaporto falso, una corona, due scellini e alcuni pence, la matita rossa e blu, il fazzoletto, la rivoltella con una pallottola. Assurdamente la impugnai e la soppesai per farmi coraggio. Pensai vagamente che un colpo di pistola può’ udirsi da molto lontano. In dieci minuti il mio piano era pronto. La guida telefonica mi dette il nome dell’unica persona capace di trasmettere la notizia: viveva in un sobborgo di Fenton, a meno di mezz’ora di treno.
Sono un uomo codardo. Ora lo dico, ora che ho condotto a termine un piano di cui nessuno potrà dire che non fosse arrischiato. Io so che la sua esecuzione fu terribile. Non lo feci, no, per la Germania. Nulla m’importa d’un paese barbaro, che m’ha obbligato alla condizione abietta di spia. E poi so d’un uomo d’Inghilterra – un uomo modesto – che per me non è meno di Goethe. Non parlai con lui più di un’ora, ma durante un’ora fu Goethe… Lo feci, perché sentivo che il Capo teneva a vili quelli della mia razza – gli antenati innumeri che confluiscono in me. Volevo provargli che un giallo poteva salvare i suoi eserciti. Ora io dovevo sfuggire al capitano. Le sue mani e la sua voce potevano battere da un momento all’altro alla mia porta. Mi vestii senza rumore, mi dissi addio allo specchio, scesi, scrutai la strada deserta e tranquilla, e partii. La stazione non era molto distante, ma giudicai preferibile prendere una vettura. Mi dissi che in questo modo correvo meno pericolo d’essere riconosciuto; il fatto è che nella strada deserta mi sentivo infinitamente visibile e vulnerabile. Ricordo che dissi al conducente di fermare un poco prima dell’entrata centrale. Scesi con lentezza voluta e quasi penosa. Andavo al villaggio di Ashgrove, ma presi un biglietto per una stazione più distante. Il treno partiva tra pochi minuti, alle orto e cinquanta. M’affrettai; il treno seguente non sarebbe partito che alle nove e mezzo. Non v’era quasi nessuno sulla banchina. Percorsi i vagoni: ricordo alcuni contadini, una donna in lutto, un giovane che leggeva con fervore gli Annali di Tacito, un soldato ferito e felice. Il convoglio infine si mosse. Un uomo che riconobbi corse invano fino al termine della banchina. Era il capitano Richard Madden. Annichilato, tremante, mi rifugiai all’altro estremo del corridoio, lontano dal temuto cristallo. Da questo annichilamento passai a una felicità quasi abietta. Mi dissi che il duello era ormai impegnato e che io avevo guadagnato il primo assalto, sventando anche se per quaranta minuti, anche se per un favore del caso l’attacco del mio avversario. Pensai che questa vittoria minima prefigurava la vittoria totale. Pensai che non era minima, poiché senza il prezioso intervallo che l’orario dei treni m’offriva già sarei stato in carcere, o già sarei morto. Pensai (non meno sofisticamente) che la mia codarda felicità stava a provare che ero uomo da portare a buon fine l’avventura. Da questa debolezza trassi forze che non m’abbandonarono. Prevedo che l’uomo si rassegnerà a imprese ogni giorno più atroci; presto non vi saranno più che guerrieri e banditi; do loro questo consiglio: l’esecutore di un’impresa atroce immagini d’averla già compiuta, s’imponga un futuro che sia irrevocabile come il passato. Così procedetti io stesso, mentre i miei occhi d’uomo già morto registravano il fluire di quel giorno che forse era l’ultimo, e la diffusione della notte. Il treno correva dolcemente, tra i frassini. Si fermò quasi in mezzo alla campagna. Nessuno gridò il nome della stazione. “Ashgrove?” chiesi a dei ragazzetti sulla banchina “Ashgrove” risposero. Scesi.
Una lampada illuminava la banchina, ma i volti dei ragazzi restavano nella zona d’ombra. Uno mi chiese: “Lei va dal dottor Stephen Albert?”. Senza aspettare che rispondessi, un altro disse:  “è lontano di qui, ma lei non si perderà se prende questo sentiero a sinistra, e se poi volta a sinistra a ogni crocicchio”. Gettai loro una moneta (l’ultima), scesi qualche gradino di pietra e presi per il sentiero solitario. Questo, lentamente, scendeva. Era di terra battuta, in alto i rami si confondevano, la luna bassa e circolare sembrava accompagnarmi. Per un istante, temei che Richard Madden avesse penetrato il mio disperato proposito. Ma subito compresi che non era possibile. Il consiglio di voltare sempre a sinistra mi rammentò che era questo il procedimento comune per scoprire la radura centrale di certi labirinti. M’intendo un poco di labirinti: non invano sono bisnipote di quel Ts’ui Pen che fu governatore dello Yunnan e che rinunziò al potere temporale per scrivere un romanzo che fosse ancor più popoloso del Hung Lu Meng, e per costruire un labirinto in cui ogni uomo si perdesse. Tredici anni dedicò a queste eterogenee fatiche, ma la mano d’uno straniero lo assassinò e il suo romanzo era insensato e nessuno trovò il labirinto. Sotto alberi inglesi meditai su quel labirinto perduto: lo immaginai inviolato e perfetto sulla cima segreta d’una montagna; lo immaginai subacqueo, cancellato dalle risaie; lo immaginai infine, non già di chioschi ottagonali e di sentieri che voltano, ma di fiumi e di province e di regni… Pensai a un labirinto di labirinti, a un labirinto sinuoso e crescente che abbracciasse il passato e l’avvenire, e che implicasse in qualche modo anche gli astri. Assorto in queste immagini illusorie, dimenticai il mio destino d’uomo inseguito.
Mi sentii, per un tempo indeterminato, percettore astratto del mondo. La campagna vaga e vivente, la luna, i resti del tramonto operarono in me; così anche il declivio, che eliminava ogni possibilità di fatica. La sera era intima, infinita. Il sentiero scendeva e si biforcava, tra i campi già confusi. Una musica acuta e come sillabica s’avvicinava e s’allontanava nel va e vieni del vento, appannata di foglie e di distanza. Pensai che un uomo può esser nemico di altri uomini, di altri momenti di altri uomini, ma non d’un paese: non di lucciole, di parole, di giardini, di corsi d’acqua, di tramonti. Giunsi, così, a un alto cancello arrugginito. Di tra le sbarre, decifrai un viale e una specie di padiglione. Compresi subito due cose, la prima banale, la seconda incredibile: la musica veniva dal padiglione, la musica era cinese. Per questo l’avevo accettata senza residuo, senza prestarle attenzione. Non ricordo se vi fosse un campanello, o un battente, o se chiamai battendo le mani. Il crepitìo della musica continuò. Ma dal fondo del giardino una lanterna s’avvicinava: una lanterna che i tronchi rigavano e ogni poco annullavano, una lanterna di carta, che aveva la forma dei tamburi e il colore della luna. La portava un uomo alto. Non vidi il suo volto, che restava nell’ombra. Aprì il cancello e disse lentamente nella mia lingua: “Vedo che il pietoso Hsi P’eng procura di alleviare la mia solitudine. Lei vorrà senza dubbio vedere il giardino?” Riconobbi il nome d’uno dei nostri consoli e ripetei sconcertato: “Il giardino?” “Il giardino dei sentieri che si biforcano.”
Qualcosa si agitò nel mio ricordo e pronunciai con incomprensibile sicurezza: “Il giardino del mio antenato Ts’ui Pen.” “Il suo antenato? Il suo illustre antenato? Avanti.” L’umido sentiero s’allungava a zig-zag come quelli della mia infanzia. Giungemmo a una biblioteca di libri orientali e occidentali. Riconobbi, rilegati in seta gialla, alcuni tomi manoscritti dell’Enciclopedia Perduta che diresse il Terzo Imperatore della Dinastia Luminosa, e che non fu mai stampata. Il disco del grammofono girava presso una fenice di bronzo. Ricordo anche una grande giara dell’epoca rosa e un’altra, anteriore di parecchi secoli, di quel colore azzurro che i nostri artisti copiarono dai vasai di Persia…
Stephen Albert mi osservava, sorridente. Era (l’ho già detto) molto alto, di tratti affilati, con occhi grigi e barba grigia. V’era in lui qualcosa del sacerdote e anche del marinaio; mi disse poi d’essere stato missionario a Tientsin “prima di aspirare a sinologo “. Ci sedemmo; io su un divano lungo e basso, lui di spalle alla finestra e a un alto orologio circolare. Calcolai che il mio inseguitore non sarebbe arrivato prima di un’ora. La mia irrevocabile determinazione poteva aspettare.
-“Strano destino quello di Ts’ui Pen” – disse Stephen Albert. -Governatore della sua provincia natale, dotto in astronomia, in astrologia e nell’interpretazione infaticabile dei libri canonici, scacchista, famoso poeta e calligrafo: tutto abbandonò per comporre un libro e un labirinto. Rinunciò ai piaceri dell’oppressione, dell’ingiustizia, del letto numeroso, dei banchetti, e anche dell’erudizione, e si chiuse per tredici anni nel Padiglione della Limpida Solitudine. Alla sua morte, i suoi eredi non trovarono che manoscritti caotici. La famiglia, come lei forse non ignora, volle darli alle fiamme; ma il suo esecutore testamentario – un monaco taoista o buddista – insistette per la pubblicazione.
“Noi del sangue di Ts’ui Pen” – replicai, – continuiamo a esecrare quel monaco. La pubblicazione fu insensata. Il libro è una confusa farragine di varianti contraddittorie. Una volta l’esaminai: nel terzo capitolo l’eroe muore, nel quarto è vivo. E quanto all’altra impresa di Ts’ui Pen, al suo Labirinto…
– Ecco il Labirinto, – disse indicandomi un alto scrittoio di lacca.
-Un labirinto d’avorio! – esclamai. – Un labirinto minimo…
– Un labirinto di simboli, – corresse. – Un invisibile labirinto di tempo. A me, barbaro inglese, è stato dato di svelare questo mistero diafano. A distanza di più di cent’anni, i particolari sono irrecuperabili, ma non è difficile immaginare ciò che accadde. Ts’ui Pen avrà detto qualche volta: “Mi ritiro a scrivere un libro”. E qualche altra volta: “Mi ritiro a costruire un labirinto”. Tutti pensarono a due opere; nessuno pensò che libro e labirinto fossero una cosa sola. Il Padiglione della Limpida Solitudine sorgeva nel centro di un giardino forse intricato; il fatto può aver suggerito agli uomini l’idea di un labirinto fisico. Ts’ui Pen mori; nessuno, nelle vaste terre che erano state sue, trovò il labirinto; fu la confusione del romanzo a suggerirmi che il labirinto fosse il romanzo stesso. Due circostanze mi dettero la retta soluzione del problema. Una: la curiosa leggenda secondo cui Ts’ui Pen s’era proposto un labirinto che fosse strettamente infinito. L’altra: una frase in una lettera che scoprii.
Albert si alzò. Per qualche istante mi voltò le spalle; aprì un cassetto del dorato e annerito scrittoio. Tornò con un sottile foglio a quadretti, che era stato cremisi e ora era rosa. La fama di calligrafo di Ts’ui Pen era giusta. Lessi con incomprensione e fervore queste parole che con meticoloso pennello tracciò un uomo del mio sangue: “Lascio ai diversi futuri (non a tutti) il mio giardino dei sentieri che si biforcano”. Voltai il foglio in silenzio. Albert proseguì: – Prima di ritrovare questa lettera, m’ero chiesto in che modo un libro potesse essere infinito. Non potei pensare che a un volume ciclico, circolare: un volume la cui ultima pagina fosse identica alla prima, con la possibilità di continuare indefinitamente. Mi rammentai anche della notte centrale delle Mille e una notte, dove la regina Shahrazad (per una magica distrazione del copista) si mette a raccontare testualmente la storia delle Mille e una notte, a rischio di tornare un’altra volta alla notte in cui racconta, e così all’infinito. Pensai anche a un’opera platonica, ereditaria, da trasmettersi di padre in figlio, e alla quale ogni nuovo individuo avrebbe aggiunto un capitolo, e magari corretto, con zelo pietoso, le pagine dei padri. Queste congetture mi attrassero: ma nessuna sembrava corrispondere, sia pure in modo remoto, ai contraddittori capitoli di Ts’ui Pen. Ero in questa perplessità. quando mi fecero avere da Oxford l’autografo che lei ha esaminato. Mi colpì, naturalmente, la frase: “Lascio ai diversi futuri (non a tutti) il mio giardino dei sentieri che si biforcano”. Quasi immediatamente compresi; il giardino dei sentieri che si biforcano era il romanzo caotico; le parole ai diversi futuri (non a tutti) mi suggerirono l’immagine della biforcazione nel tempo, non nello spazio. Una nuova lettura di tutta l’opera mi confermò in quest’idea. In tutte le opere narrative, ogni volta che s’è di fronte a diverse alternative ci si decide per una e si eliminano le altre: in quella del quasi inestricabile Ts’ui Pen, ci si decide – simultaneamente – per tutte. Si creano così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano. Di qui le contraddizioni del romanzo. Fang – diciamo – ha un segreto; uno sconosciuto batte alla sua porta; Fang decide di ucciderlo. Naturalmente, vi sono vari scioglimenti possibili: Fang può uccidere l’intruso, l’intruso può uccidere Fang, entrambi possono salvarsi, entrambi possono restare uccisi, eccetera. Nell’opera di Ts’ui Pen, questi scioglimenti vi sono tutti; e ognuno è il punto di partenza di altre biforcazioni. Talvolta i sentieri di questo labirinto convergono: per esempio. lei arriva in questa
casa ma in uno dei passati possibili lei è mio amico, in un altro è mio nemico. Se si rassegna alla mia pronuncia incurabile, leggeremo qualche pagina.
Il suo volto, nel cerchio vivido del lume, era indubbiamente quello d’un uomo anziano, ma con qualcosa d’infrangibile e anche d’immortale. Lesse con lenta precisione due versioni di uno stesso capitolo epico. Nella prima, un esercito marcia alla battaglia attraverso una montagna deserta; l’orrore delle pietre e dell’ombra gli fa disprezzare la vita, onde ottiene facilmente la vittoria; nella seconda. lo stesso esercito attraversa un palazzo in cui è in corso una festa; la risplendente battaglia gli pare una continuazione della festa, onde ottiene la vittoria. Io ascoltavo con rispettosa venerazione queste antiche finzioni, forse meno ammirevoli del fatto che le avesse ideate un uomo del mio sangue, e che me le restituisse un uomo d’un impero remoto, nel corso d’una disperata avventura, in un’isola occidentale. Ricordo le parole finali, ripetute in entrambe le versioni come per un comando segreto: “Così combatterono gli eroi, tranquillo e ammirevole il cuore, violenta la spada, rassegnati a uccidere o a morire”. Da quell’istante, sentii intorno a me e in me, nel mio corpo oscuro, un invisibile. intangibile pullulare. Non il pullulare dei divergenti, paralleli e finalmente coalescenti eserciti, ma un’agitazione più inaccessibile, più intima, e che coloro, in qualche modo, prefiguravano. Albert proseguì: – Non credo che il suo illustre antenato giudicasse oziose queste varianti. Non giudico inverosimile che sacrificasse tredici anni dell’infinita esecuzione d’un esperimento retorico. Nel suo paese, il romanzo è un genere subalterno: a quel tempo era un genere disprezzato, Ts’ui Pen fu romanziere geniale, ma fu anche un uomo di lettere che non si considerò, indubbiamente, semplice romanziere. La testimonianza dei suoi contemporanei proclama – e bene le conferma la sua vita – le sue tendenze metafisiche, mistiche. La controversia filosofica ha gran parte nel suo romanzo. So che, di tutti i problemi, nessuno l’inquietò né lo travagliò più dell’abissale problema del tempo. Ebbene, questo è l’unico problema di cui non sia mai questione nelle pagine del Giardino.  La stessa parola che significa tempo non vi ricorre mai, in nessun caso. Come spiega lei questa volontaria omissione? Proposi varie soluzioni, tutte insufficienti. Le discutemmo. Alla fine, Stephen Albert mi disse:
– In un indovinello sulla scacchiera, qual è l’unica parola proibita?
Riflettei un momento e risposi: – La parola scacchiera.
Precisamente, – disse Albert. – Il giardino dei sentieri che si biforcano è un enorme indovinello, o parabola, il cui tema è il tempo: è questa causa recondita a vietare la menzione del suo nome. Omettere sempre una parola, ricorrere a metafore inette e a perifrasi evidenti, è forse il modo più enfatico di indicarla. è il modo tortuoso che preferì, in ciascun meandro del suo infaticabile romanzo, l’obliquo Ts’ui Pen. Ho confrontato centinaia di manoscritti, ho corretto gli errori introdotti dalla negligenza dei copisti, ho congetturato il piano di questo caos, ho ristabilito, o creduto di ristabilire, l’ordine primitivo, ho tradotto l’opera intera: non vi ho incontrato una sola volta la parola tempo. La spiegazione è ovvia: Il giardino dei sentieri che si biforcano è una immagine incompleta, ma non falsa, dell’universo quale lo concepiva Ts’ui Pen. A differenza di Newton e di Schopenhauer il suo antenato non credeva in un tempo uniforme, assoluto. Credeva in infinite serie di tempo, in una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli. Questa trama di tempi che s’accostano, si biforcano, si tagliano o s’ignorano per secoli, comprende tutte le possibilità. Nella maggior parte di questi tempi noi non
esistiamo; in alcuni esiste lei e io no; in altri io, e non lei; in altri, entrambi. In questo, che un caso favorevole mi concede, lei è venuto a casa mia; in un altro, traversando il giardino, lei mi ha trovato cadavere: in un altro io dico queste medesime parole, ma sono un errore, un fantasma.
– In tutti, – articolai non senza un tremito, – io gradisco e venero la sua ricostituzione del giardino di Ts’ui Pen.
– Non in tutti, – mormorò con un sorriso. – Il tempo si biforca perpetuamente verso innumerevoli futuri. In uno di questi io sono suo nemico.
Tornai ad accorgermi di quel pullulare che ho detto. Mi parve che l’umido giardino che circondava la casa fosse saturo all’infinito di persone invisibili. Queste persone erano Albert e io, segreti, affaccendati e multiformi in altre dimensioni del tempo. Alzai gli occhi e l’incubo leggero si dissipò. Nel giardino giallo e nero c’era un solo uomo; ma quest’uomo era forte come una statua; ma quest’uomo avanzava per il sentiero ed era il capitano Richard Madden. – Il futuro esiste già, – risposi, – ma io sono suo amico. Posso esaminare di nuovo la lettera?
Albert si alzò. Alto, aprì il cassetto dell’alto scrittoio; mi volse un momento le spalle. Io avevo preparato la rivoltella. Mirai con somma attenzione: Albert crollò senza un lamento, immediatamente. Giuro che la sua morte fu istantanea: una folgorazione. Il resto è irreale, insignificante. Madden irruppe, mi arrestò. Sono stato condannato alla forca. Abominevolmente, ho vinto: ho comunicato a Berlino il nome segreto della città da attaccare. L’hanno bombardata ieri, l’ho letto negli stessi giornali che hanno proposto all’Inghilterra quest’enigma: perché il dotto sinologo Stephen Albert fosse stato assassinato da uno sconosciuto, Yu Tsun. Il Capo ha decifrato l’enigma. Sapeva che il mio problema era di indicare (attraverso lo strepito della guerra) la città che si chiama Albert, e che non ho trovato altro mezzo che uccidere una persona di questo nome. Non sa (nessuno può sapere) la mia innumerabile contrizione e stanchezza.

IL CASTELLO DEI DESTINI INCROCIATI

di Italo Calvino

Tratto da: Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati. Edizioni Einaudi, Torino pp. 3-48.

Il castello

In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti.

Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo. Ero senza fiato; le gambe mi reggevano appena: da quando ero entrato nel bosco tali erano state le prove che mi erano occorse, gli incontri, le apparizioni, i duelli, che non riuscivo a ridare un ordine né ai movimenti né ai pensieri.

Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone – certamente anch’essi ospiti di passaggio, che m’avevano preceduto per le vie della foresta – sedevano a cena attorno a un desco illuminato da candelieri.

Provai, al guardarmi intorno, una sensazione strana, o meglio: erano due sensazioni distinte, che si confondevano nella mia mente un po’ fluttuante per la stanchezza e turbata. Mi pareva di trovarmi in una ricca corte, quale non ci si poteva attendere in un castello così rustico e fuori mano; e ciò non solo per gli arredi preziosi e i ceselli del vasellame, ma per la calma e l’agio che regnava tra i commensali, tutti belli di persona e vestiti con agghindata eleganza. E nello stesso tempo avvertivo un senso di casualità e di disordine, se non addirittura di licenza, come se non d’una magione signorile si trattasse, ma d’una locanda di passo, dove persone tra loro sconosciute, di diversa condizione e paese, si trovano a convivere per una notte e nella cui promiscuità forzata ognuno sente allentarsi le regole a cui s’attiene nel proprio ambiente, e – come si rassegna a modi di vita meno confortevoli – così pure indulge a costumanze più libere e diverse. Di fatto, le due impressioni contrastanti potevano ben riferirsi a un unico oggetto: sia che il castello, da molti anni visitato solo come luogo di tappa, si fosse a poco a poco degradato a locanda, e i castellani si fossero visti relegare al rango d’oste e di ostessa, pur sempre reiterando i gesti della loro ospitalità gentilizia; sia che una taverna, come spesso se ne vedono nei pressi dei castelli per dar da bere a soldati e cavallanti, avesse invaso – essendo il castello da tempo abbandonato – le antiche sale signorili per installarvi le sue panche e i suoi barili, e il fasto di quegli ambienti – e insieme il va e vieni d’illustri avventori – le avesse conferito un’imprevista dignità, tale da riempire di grilli la testa dell’oste e dell’ostessa, che avevano finito per credersi i sovrani d’una corte sfarzosa.

Questi pensieri, a dire il vero, non m’occuparono che per un istante; più forte era il sollievo a ritrovarmi sano e salvo in mezzo a un’eletta compagnia, e l’impazienza d’intrecciare conversazione (a un cenno d’invito di colui che sembrava il castellano – o l’oste – m’ero seduto all’unico posto rimasto libero) e scambiare con i compagni di viaggio i resoconti delle avventure trascorse. Ma a questa mensa, a differenza di ciò che sempre avviene nelle locande, e pure nelle corti, nessuno profferiva parola. Quando uno degli ospiti voleva chiedere al vicino che gli passasse il sale o lo zenzero, lo faceva con un gesto, e ugualmente con gesti si rivolgeva ai servi perché gli trinciassero una fetta del timballo di fagiano o gli versassero mezza pinta di vino.

Deciso a rompere quel che credevo un torpore delle lingue dopo le fatiche del viaggio, feci per sbottare in un’esclamazione clamorosa come: «Buon pro!» «Alla buon’ora!» «Qual buon vento!»: ma dalla mia bocca non uscì alcun suono. Il tambureggiare dei cucchiai e l’acciottolìo di coppe e stoviglie bastavano a convincermi che non ero diventato sordo: non mi restava che supporre d’essere muto. Me lo confermarono i commensali, muovendo anch’essi le labbra in silenzio con aria graziosamente rassegnata: era chiaro che la traversata del bosco era costata a ciascuno di noi la perdita della favella.

Terminata la cena in un mutismo che i rumori della masticazione e gli schiocchi nel sorbire il vino non rendevano più affabile, restammo seduti a guardarci in viso, con l’assillo di non poterci scambiare le molte esperienze che ognuno di noi aveva da comunicare. A quel punto, sulla tavola appena sparecchiata, colui che pareva essere il castellano posò un mazzo di carte da gioco. Erano tarocchi più grandi di quelli con cui si gioca in partita o con cui le zingare predicono l’avvenire, e vi si potevano riconoscere a un dipresso le medesime figure, dipinte con gli smalti delle più preziose miniature. Re regine cavalieri e fanti erano giovani vestiti con sfarzo come per una festa principesca; i ventidue Arcani Maggiori parevano arazzi d’un teatro di corte; e coppe denari spade bastoni splendevano come imprese araldiche ornate da cartigli e fregi.

Prendemmo a spargere le carte sul tavolo, scoperte, come per imparare a riconoscerle, e dare loro il giusto valore nei giochi, o il vero significato nella lettura del destino. Eppure non sembrava che alcuno di noi avesse voglia d’iniziare una partita, e tanto meno di mettersi a interrogare l’avvenire, dato che d’ogni avvenire sembravamo svuotati, sospesi in un viaggio né terminato né da terminare. Era qualcos’altro che vedevamo in quei tarocchi, qualcosa che non ci lasciava più staccare gli occhi dalle tessere dorate di quel mosaico.

Uno dei commensali tirò a sé le carte sparse, lasciando sgombra una larga parte del tavolo; ma non le radunò in mazzo né le mescolò; prese una carta e la posò davanti a sé. Tutti notammo la somiglianza tra il suo viso e quello della figura, e ci parve di capire che con quella carta egli voleva dire «io» e che s’accingeva a raccontare la sua storia.

Storia dell’ingrato punito

Presentandosi a noi con la figura del Cavaliere di Coppe – un giovane roseo e biondo che sfoggiava un mantello raggiante di ricami a forma di sole, e offriva con la mano protesa un dono come quelli dei Re Magi – il nostro commensale voleva probabilmente informarci della sua condizione facoltosa, della sua inclinazione al lusso e alla prodigalità, e pure – col mostrarsi a cavallo – d’un suo spirito d’avventura, sia pur mosso – giudicai io, osservando tutti quei ricami fin sulla gualdrappa del destriero – più dal desiderio d’apparire che da una vera vocazione cavalleresca.

Il bel giovane fece un gesto come per richiedere tutta la nostra attenzione e cominciò il suo muto racconto disponendo tre carte in fila sul tavolo: il Re di Denari, il Dieci di Denari e il Nove di Bastoni. L’espressione luttuosa con cui aveva deposto la prima di queste tre carte, e quella gioiosa con cui mostrò la carta seguente, parevano volerci far comprendere che, suo padre essendo venuto a

morte, – il Re di Denari rappresentava un personaggio leggermente più anziano degli altri e dall’aspetto posato e prospero, – egli era entrato in possesso d’una cospicua eredità e subito s’era messo in viaggio. Quest’ultima proposizione la deducemmo dal movimento del braccio nel buttare la carta del Nove di Bastoni, la quale – con l’intrico di rami protesi su una rada vegetazione di foglie e fiorellini selvatici – ci ricordava il bosco che avevamo or è poco attraversato. (Anzi, a chi scrutasse la carta con occhio più acuto, il segmento verticale che incrocia gli altri legni obliqui suggeriva appunto l’idea della strada che penetra nel folto della foresta.)

Dunque, l’inizio della storia poteva essere questo: il cavaliere, appena seppe d’avere i mezzi per brillare nelle corti più sfarzose, s’affrettò a mettersi in cammino con una borsa colma di monete d’oro, per visitare i più famosi castelli dei dintorni, forse col proposito di conquistarsi una sposa d’alto rango; e accarezzando questi sogni, s’era inoltrato nel bosco.

A queste carte in fila, se ne aggiunse una che annunciava certamente un brutto incontro: La Forza. Nel nostro mazzo di tarocchi questo arcano era rappresentato da un energumeno armato, sulle cui malvage intenzioni non lasciavano dubbi l’espressione brutale, la clava mulinata in aria, e la violenza con cui stendeva al suolo un leone con un colpo secco come si fa con i conigli. Il racconto era chiaro: nel cuore del bosco il cavaliere era stato sorpreso dall’agguato d’un feroce brigante. Le più tristi previsioni furono confermate dalla carta che venne poi, cioè l’arcano dodicesimo, detto Il Penduto, dove si contempla un uomo in brache e camicia, legato a testa in basso, appeso per un piede. Riconoscemmo nell’appeso il nostro giovane biondo: il brigante l’aveva spogliato d’ogni avere, e lasciato a penzolare da un ramo, a testa in giù.

Respirammo di sollievo alla notizia che ci recò l’arcano La Temperanza, posato sul tavolo dal nostro commensale con espressione di riconoscenza. Da esso apprendemmo che l’uomo penzoloni aveva sentito un passo avvicinarsi e il suo occhio capovolto aveva visto una fanciulla, forse figlia d’un boscaiolo o d’un capraio, che avanzava, nudi i polpacci, per i prati, reggendo due brocche d’acqua, certo di ritorno dalla fonte. Non dubitammo che l’uomo a testa in giù venisse liberato e soccorso e restituito alla sua positura naturale da quella semplice figlia dei boschi. Quando vedemmo calare l’Asso di Coppe, su cui era disegnata una fonte che scorre tra muschi fioriti e frulli d’ali, fu come se sentissimo lì vicino il fiottare d’una sorgente e l’ansare dell’uomo che si dissetava bocconi.

Ma ci sono fonti, – qualcuno tra noi certo pensò, – che, appena se ne beve, accrescono la sete, anziché placarla. Era prevedibile che tra i due giovani s’accendesse – appena il cavaliere avesse superato il suo capogiro – un sentimento che andava al di là della gratitudine (da una parte) e della pietà (dall’altra), e che questo sentimento trovasse subito modo d’esprimersi – complice l’ombra del bosco – in un abbraccio sull’erba dei prati. Non per nulla la carta che venne dopo fu un Due di Coppe ornato dal cartiglio «amor mio» e fiorito di nontiscordardimé: indizio più che probabile d’un incontro amoroso.

Già ci disponevamo – soprattutto le dame della compagnia – a goderci il seguito d’una tenera vicenda amorosa, quando il cavaliere posò un’altra carta di Bastoni, un Sette, dove tra gli scuri tronchi della foresta pareva di veder allontanarsi la sua ombra sottile. Non c’era da illudersi che le cose fossero andate altrimenti: l’idillio boschivo era stato breve, povera giovane, il fiore colto sul prato e lasciato cadere, l’ingrato cavaliere nemmeno si volta indietro a dirle addio.

A questo punto era chiaro che cominciava una seconda parte della storia, forse con un intervallo di tempo in mezzo: il narratore aveva infatti cominciato a disporre altri tarocchi in una nuova fila, affiancata alla prima, sulla sinistra, e posò due carte, L’Imperatrice e l’Otto di Coppe. L’improvviso cambiamento di scena ci lasciò sconcertati per un momento: ma la soluzione non tardò a imporsi – credo – a tutti noi, ed era che il cavaliere avesse finalmente trovato ciò che andava cercando, una sposa d’alto e dovizioso lignaggio, quale quella che vedevamo lì effigiata, una testa coronata addirittura, col suo scudo di famiglia e la sua faccia insipida, – e anche un po’ più vecchia di lui, come notarono certamente i più maligni tra noi, – e un vestito tutto ricamato d’anelli intrecciati come a dire: «sposami sposami». Invito prontamente raccolto, se è vero che la carta di Coppe suggeriva un banchetto di nozze, con due file di convitati che brindavano ai due sposi in fondo al tavolo dalla tovaglia inghirlandata.

La carta che fu posata poi, il Cavaliere di Spade, annunciava, comparendo in tenuta di guerra, un imprevisto: o un messaggero a cavallo aveva fatto irruzione nella festa portando una notizia inquietante, o lo sposo in persona aveva abbandonato il banchetto di nozze per accorrere armato nel bosco a un misterioso richiamo, o forse le due cose insieme: lo sposo era stato avvertito di un’apparizione imprevista e subito aveva imbracciato le armi ed era saltato in sella. (Fatto esperto dalla passata avventura, egli non metteva il naso fuori di casa se non armato di tutto punto.)

Attendevamo impazienti un’altra carta più esplicativa; e venne Il Sole. Il pittore aveva rappresentato l’astro del giorno nelle mani d’un bambino che corre, anzi vola sopra un vario e spazioso paesaggio.

L’interpretazione di questo passo del racconto non era facile: poteva voler dire semplicemente «era una bella giornata di sole» e in questo caso il nostro narratore sprecava le sue carte per riferirci particolari inessenziali. Forse più che sul significato allegorico della figura conveniva soffermarsi su quello letterale: un bambino seminudo era stato visto correre nelle vicinanze del castello dove si celebravano le nozze, ed era per inseguire quel monello che lo sposo aveva disertato il banchetto.

Ma non andava trascurato l’oggetto che il bambino trasportava: quella testa raggiante poteva contenere la soluzione dell’enigma. Tornando a posare lo sguardo sulla carta con cui il nostro eroe s’era presentato, ripensammo ai disegni o ricami solari che egli portava sul mantello quand’era stato attaccato dal brigante: forse quel mantello, che il cavaliere aveva dimenticato nel prato dei suoi fugaci amori, lo si vedeva ora sventolare per la campagna come un aquilone, ed era per recuperarlo che egli si era lanciato all’inseguimento del monello, oppure per la curiosità di scoprire come mai era finito là, cioè quale legame intercorreva tra il mantello, il bambino e la giovane del bosco.

Questi interrogativi speravamo ci fossero chiariti dalla carta seguente, e quando vedemmo che essa era La Giustizia ci convincemmo che in quest’arcano – il quale non mostrava soltanto, come nei comuni mazzi di tarocchi, una donna con la spada e la bilancia, ma anche, sullo sfondo (oppure, a seconda di come si guardava, su di una lunetta sovrastante la figura principale) un guerriero a cavallo (o un’amazzone?) in armatura, che muove all’assalto, – era racchiuso uno dei capitoli più fitti d’avvenimenti della nostra storia. Non ci restava che azzardare delle congetture. Per esempio: mentre stava per raggiungere il monello con l’aquilone, l’inseguitore s’era visto sbarrare il passo da un altro cavaliere, armato di tutto punto.

Cosa potevano essersi detti? Tanto per cominciare: – Chi va là!

E il cavaliere sconosciuto s’era scoperto il viso, un viso di donna nel quale il nostro commensale aveva riconosciuto la sua salvatrice del bosco, fatta più piena e risoluta e calma, con un melanconico sorriso appena accennato sulle labbra.

– Che mai cerchi da me? – egli doveva averle allora chiesto.

– Giustizia! – aveva detto l’amazzone. (La bilancia appunto alludeva a questa risposta.)

Anzi: a pensarci bene, l’incontro poteva esser avvenuto così: un’amazzone a cavallo era uscita dal bosco, alla carica (figura sullo sfondo o lunetta) e gli aveva gridato: – Alto là! Sai chi stai inseguendo?

– Chi mai?

– Tuo figlio! – aveva detto la guerriera scoprendosi il volto (figura in primo piano).

– Che posso fare? – doveva aver domandato il nostro, preso da un rapido e tardivo rimorso.

– Affrontare il giudizio – (bilancia) – di Dio! Difenditi! – e aveva (spada) brandito la spada.

«Ora ci racconterà il duello», pensai, e difatti la carta buttata giù in quel momento fu lo sferragliante Due di Spade. Volavano tagliuzzate le foglie del bosco e le piante rampicanti s’attorcigliavano alle lame. Ma lo sguardo sconfortato che il narratore rivolgeva a questa carta non lasciava dubbi sull’esito: la sua avversaria si rivelava una spadaccina agguerrita; toccava a lui, adesso, giacere sanguinante in mezzo al prato. Rinviene, apre gli occhi, e cosa vede? (Era la mimica – un po’ enfatica, a dire il vero – del narratore che ci invitava ad attendere la carta seguente come una rivelazione.) La Papessa: misteriosa figura monacale incoronata. Era stato soccorso da una monaca? Gli occhi con cui fissava la carta erano pieni di raccapriccio. Una strega? Egli levava le mani supplichevoli in un gesto di terrore sacrale. La gran sacerdotessa d’un culto segreto e sanguinario?

– Sappi che nella persona della fanciulla tu hai offeso – (cos’altro poteva avergli detto, la papessa, per provocare in lui quella smorfia di terrore?) – tu hai offeso Cibele, la dea a cui è sacro questo bosco. Ora sei caduto in nostra mano.

E cosa poteva aver risposto lui, se non un supplice balbettìo: – Espierò, propizierò, mercé…

– Ora il bosco ti avrà. Il bosco è perdita di sé, mescolanza. Per unirti a noi devi perderti, strappare gli attributi di te stesso, smembrarti, trasformarti nell’indifferenziato, unirti allo stuolo delle Ménadi che corre urlando nel bosco.

– No! – era il grido che vedemmo uscire dalla sua gola ammutolita, ma già l’ultima carta completava il racconto, ed era l’Otto di Spade, le lame taglienti delle scarmigliate seguaci di Cibele s’avventavano addosso a lui, straziandolo.

Storia dell’alchimista che vendette l’anima

La commozione di questo racconto non s’era ancora dissipata, quando un altro dei commensali diede segno di voler dire la sua. Un passaggio, soprattutto, della storia del cavaliere, pareva aver attratto la sua attenzione, o meglio, uno degli affiancamenti casuali tra le carte delle due file: quello dell’Asso di Coppe e della Papessa. Per indicare che egli si sentiva concernere personalmente da quell’accostamento, avanzò all’altezza di quelle due carte, sulla destra, la figura del Re di Coppe (che poteva passare per un suo ritratto molto giovanile e – in verità – esageratamente lusinghiero) e sulla sinistra, continuando una fila orizzontale, un Otto di Bastoni.

La prima interpretazione di questa sequenza che veniva alla mente, insistendo nell’attribuire alla fontana un’aura voluttuosa, era che il nostro commensale avesse avuto un rapporto amoroso con una monaca in un bosco. Oppure che le avesse offerto copiosamente da bere, dato che la fontana pareva prendere origine, a guardarla bene, da un bariletto, in cima a un torchio da uva. Ma la fissità melanconica del viso dell’uomo sembrava assorta in speculazioni da cui non solo le passioni carnali ma pure i più veniali piaceri della mensa e della cantina dovevano essere esclusi. Alte meditazioni dovevano essere le sue, per quanto l’aspetto tuttavia mondano della sua figura non lasciava dubbi che esse fossero rivolte alla Terra e non al Cielo. (E così cadeva un’altra interpretazione possibile: fare della fonte un’acquasantiera.)

L’ipotesi più probabile che mi occorse (e come a me credo anche ad altri silenziosi spettatori) era che quella carta rappresentasse la Fonte della Vita, il punto supremo della ricerca dell’alchimista, e che il nostro commensale fosse appunto uno di quei sapienti che scrutando in alambicchi e serpentine, in matracci e storte, in atanorri e aludelle (sul tipo della complicata ampolla che la sua figura in vesti regali reggeva in mano) tentano di strappare alla natura i suoi segreti, particolarmente quello della trasformazione dei metalli.

Era da credere che fin dalla più giovane età (questo era il senso del ritratto con fattezze da adolescente, che pur poteva nello stesso tempo alludere all’elisir di lunga vita) egli non aveva avuto altra passione (la fonte restava pur sempre un simbolo amoroso) che la manipolazione degli elementi, e per anni aveva atteso di vedere il giallo re del mondo minerale separarsi dagli intingoli di zolfo e di mercurio, precipitare lentamente in depositi opachi, che ogni volta risultavano essere soltanto vile limatura di piombo, fondigli d’una pegola verdastra. E in questa ricerca aveva finito per chiedere il consiglio e l’aiuto di donne che s’incontrano talora nei boschi, esperte in filtri e intrugli magici, dedite alle arti della stregoneria e della divinazione del futuro (come quella che con superstiziosa reverenza egli indicava come La Papessa).

La carta che venne poi, L’Imperatore, poteva riferirsi appunto a una profezia della strega del bosco: – Tu diventerai l’uomo più potente del mondo.

Non c’era da meravigliarsi che il nostro alchimista si fosse montato la testa e avesse aspettato di giorno in giorno un cambiamento straordinario nel corso della sua vita. Questo evento doveva essere segnato nella carta seguente: e fu l’enigmatico arcano numero uno, detto Il Bagatto, in cui c’è chi riconosce un ciarlatano o mago intento ai suoi esercizi.

Dunque, il nostro eroe, alzando gli occhi dal suo tavolo s’era visto un mago seduto di fronte a lui, che manipolava i suoi alambicchi e le sue storte.

– Chi siete? Che fate qui?

– Guarda che cosa faccio, – aveva detto il mago indicandogli una boccia di vetro su un fornello.

Lo sguardo abbagliato con cui il nostro commensale buttò lì un Sette di Denari non lasciava dubbi su ciò che egli aveva visto: lo splendore di tutte le miniere dell’Oriente spalancate davanti a lui.

– Tu puoi darmi il segreto dell’oro? – doveva aver chiesto al ciarlatano.

La carta seguente era un Due di Denari, segno di uno scambio, – veniva da pensare, – d’una compravendita, un baratto.

– Te lo vendo! – doveva aver ribattuto il visitatore sconosciuto.

– Cosa vuoi in cambio?

La risposta che tutti prevedevamo era: – L’anima! – ma non ne fummo sicuri fino a che il narratore non ebbe scoperto la nuova carta, (ed indugiò un momento prima di farlo, cominciando a disporre un’altra fila in senso contrario), e questa carta era Il Diavolo, cioè egli aveva riconosciuto nel ciarlatano il vecchio principe d’ogni mescolanza e ambiguità – così come noi ora riconoscevamo nel nostro commensale il dottor Faust.

– L’anima! – aveva dunque risposto Mefistofele: un concetto che non può rappresentarsi altrimenti che con la figura di Psiche, giovinetta che rischiara col suo lume le tenebre, come si contempla nell’arcano La Stella. Il Cinque di Coppe che ci fu mostrato poi, poteva leggersi tanto come il segreto alchimistico che il Diavolo rivelava a Faust, quanto come un brindisi per concludere il patto, oppure come le campane che coi loro rintocchi mettevano in fuga il visitatore infernale. Ma potevamo pure intenderlo come un discorso sull’anima e sul corpo come vaso dell’anima. (Una coppa delle cinque era dipinta di traverso, come fosse vuota.)

– Anima? – poteva aver risposto il nostro Faust. – E se io l’anima non l’avessi?

Ma forse non era per un’anima individuale che si scomodava, Mefistofele. – Con l’oro costruirai una città, – diceva a Faust. – È l’anima dell’intera città che io voglio in cambio.

– Affare fatto.

E il Diavolo allora poteva ben scomparire con un sogghigno che pareva un ululato: vecchio abitatore dei campanili, avvezzo a contemplare, appollaiato su un pluviale, le distese dei tetti, sapeva che le città hanno anime più corpose e durature di quelle di tutti gli abitanti messi insieme.

Ora restava da interpretare La Ruota della Fortuna, una delle immagini più complicate di tutto il gioco dei tarocchi. Poteva voler dire semplicemente che la fortuna s’era girata dalla parte di Faust, ma questa pareva una spiegazione troppo ovvia per il modo di raccontare dell’alchimista, sempre ellittico e allusivo. Era invece legittimo supporre che il nostro dottore, impossessatosi del segreto diabolico, avesse concepito un progetto smisurato: trasformare in oro tutto il trasformabile. La ruota

dell’Arcano Decimo rappresenterebbe allora letteralmente gli ingranaggi all’opera nel Gran Mulino dell’Oro, il meccanismo gigantesco che avrebbe innalzato la Metropoli Tutta Quanta di Metallo Prezioso; e le figure umane di varia età che si vedevano spingere la ruota o ruotare con essa erano lì a indicare le folle d’uomini che accorrevano a dar mano al progetto e dedicavano gli anni delle loro vite a far girare quegli ingranaggi giorno e notte. Quest’interpretazione non rendeva conto di tutti i particolari della miniatura (per esempio, le orecchie e code bestiali che ornavano alcuni degli esseri umani rotanti) ma costituiva una base per leggere le successive carte di coppe e di denari come il Regno dell’Abbondanza in cui nuotavano gli abitanti della Città dell’Oro. (I circoli gialli in fila forse evocavano cupole splendenti di grattacieli d’oro che fiancheggiavano le vie della Metropoli.)

Ma il prezzo pattuito, quando sarebbe stato riscosso dal Bifido Contraente? Le due carte finali della storia erano già sul tavolo, disposte dal primo narratore: il Due di Spade e La Temperanza. Alle porte della Città dell’Oro guardie armate sbarravano il passo a chiunque volesse entrare, per impedire l’accesso all’Esattore Piè Forcuto, sotto qualsiasi aspetto si presentasse. E anche se s’avvicinava una semplice fanciulla come quella dell’ultima carta, le guardie intimavano l’altolà.

– Inutilmente chiudete le vostre porte, – questa era la risposta che ci si poteva attendere dalla portatrice d’acqua, – io mi guardo bene dall’entrare in una Città che è tutta di metallo compatto. Noi abitatori del fluido visitiamo solo gli elementi che scorrono e si mescolano.

Era una ninfa acquatica? Era una regina degli elfi dell’aria? Un angelo del fuoco liquido al centro della Terra?

(Nella Ruota della Fortuna, a ben guardare, le metamorfosi bestiali forse erano solo un primo passo d’una regressione dell’umano al vegetale e al minerale.)

– Hai paura che le nostre anime caschino nelle mani del Diavolo? – avrebbero chiesto quelli della Città.

– No: che non abbiate anima da dargli.

Storia della sposa dannata

Non so quanti di noi fossero riusciti a decifrare in qualche modo la storia, senza perdersi in mezzo a tutte queste cartacce di coppe e di denari che saltavano fuori proprio quando più desideravamo una chiara illustrazione dei fatti. La comunicativa del narratore era scarsa, forse perché il suo ingegno era più portato al rigore dell’astrazione che all’evidenza delle immagini. Insomma, alcuni di noi si distraevano o si soffermavano su certi accostamenti di carte e non riuscivano più ad andare avanti.

Per esempio, uno di noi, un guerriero dallo sguardo melanconico, aveva preso ad armeggiare con un Fante di Spade che gli assomigliava molto e con un Sei di Bastoni, e li aveva avvicinati al Sette di Denari e alla Stella come volesse tirar su una fila verticale per conto suo.

Forse per lui, soldato smarritosi nel bosco, quelle carte seguite dalla Stella volevano dire un luccichìo come di fuochi fatui che l’aveva attratto in una radura tra gli alberi, dove gli era apparsa una giovinetta di sidereo pallore che s’aggirava nella notte in camicia e coi capelli sciolti, levando alto un cero acceso.

Comunque fosse, egli continuò imperterrito la sua fila verticale, posò due carte di Spade: un Sette e una Regina, accostamento in sé difficile da interpretare, ma che forse richiedeva qualche battuta di dialogo sul tipo di:

– Nobile cavaliere, ti supplico, spogliati delle tue armi e della tua corazza, e lascia che io le indossi! – (Nella miniatura la Regina di Spade indossa un’armatura completa di bracciali, cubitiere, manopole, che sporge come una ferrea sottoveste dall’orlo ricamato delle candide maniche di seta) – Stordita, mi promisi a qualcuno dal cui abbraccio ora aborro e che stanotte verrà a pretendere l’adempimento della mia parola! Sento che sopraggiunge! Armata, non potrà ghermirmi! Deh, salva una fanciulla perseguitata! Che il guerriero avesse acconsentito prontamente non c’era da dubitarlo. Indossata l’armatura ecco la meschinella trasformarsi in regina da torneo, pavoneggiarsi, far la gatta. Un sorriso di gioia sensuale accese il pallore del suo viso.

Anche qui ora cominciava una sfilza di cartacce in cui raccapezzarsi era un problema: un Due di Bastoni (il segnale d’un bivio, d’una scelta?), un Otto di Denari (un tesoro nascosto?), un Sei di Coppe (un convito amoroso?)

– La tua cortesia merita un guiderdone, – doveva aver detto la donna del bosco. – Scegli il premio che preferisci: io posso darti la ricchezza, oppure…

– Oppure?

– … Posso darmi a te.

La mano del guerriero bussò sulla carta di coppe: aveva scelto l’amore.

Per il seguito del racconto dovevamo lavorare d’immaginazione: lui era già nudo, lei slacciò l’armatura appena indossata, e di tra le piastre di bronzo il nostro eroe raggiunse una mammella tonda e tesa e tenera, s’insinuò tra il ferreo cosciale e la tiepida coscia…

Era di carattere riservato e pudico, il soldato, e non si dilungò in particolari: tutto quel che seppe dirci fu affiancare alla carta di Coppe una carta dorata di Denari, con un’aria sospirosa, come esclamando: – Mi sembrò d’entrare in Paradiso…

La figura che egli depose dopo confermava l’immagine delle soglie del Paradiso ma nello stesso tempo interrompeva bruscamente l’abbandono voluttuoso: era un Papa dall’austera barba bianca, come il primo dei pontefici ora custode della Porta del Cielo.

– Chi parla di Paradiso? – alto sul bosco in mezzo al cielo era apparso San Pietro in trono tuonando: – Per costei la nostra porta è chiusa in sempiterno!

Il modo con cui il narratore depose una nuova carta, con un gesto rapido ma tenendola nascosta, e facendosi dell’altra mano schermo agli occhi, ci preparava a una rivelazione: quella che gli s’era presentata quando abbassando lo sguardo dalla minacciosa soglia celeste l’aveva riportato sulla dama tra le cui braccia egli giaceva, e aveva visto la gorgera incorniciare non più il viso da colomba in amore, non più le fossette maliziose, il piccolo naso all’in su, ma una barriera di denti senza gengive né labbra, due narici scavate nell’osso, i gialli zigomi d’un teschio, e aveva sentito mescolate alle sue le membra stecchite d’un cadavere.

L’agghiacciante apparizione dell’Arcano Numero Tredici (la dicitura La Morte non figura neppure nei mazzi di carte in cui tutti gli arcani maggiori portano scritto il loro nome) aveva rinfocolato in tutti noi l’impazienza di conoscere il resto della storia. Il Dieci di Spade che veniva adesso era la barriera degli arcangeli che vietava l’accesso al Cielo dell’anima dannata? Il Cinque di Bastoni annunciava un passo attraverso il bosco?

A quel punto la colonna di carte si riallacciava al Diavolo già posato in quel punto dal narratore precedente.

Non avevo da strologare molto per comprendere che dal bosco era uscito il fidanzato tanto temuto dalla promessa sposa defunta: Belzebù in persona, che esclamando: – Hai finito, bella mia, di cambiar le carte in tavola! Per me non valgono due soldi (Due di Denari) tutte le tue armi e armature (Quattro di Spade)! – se l’era portata giù dritto sottoterra.

Storia d’un ladro di sepolcri

Il sudore freddo non s’era ancora asciugato sulla mia schiena, e già dovevo tener dietro a un altro commensale, cui il quadrato Morte, Papa, Otto di Denari, Due di Bastoni sembrava risvegliare altri ricordi, a giudicare da come lui ci girava intorno con lo sguardo, mettendo la testa di traverso, quasi non sapesse da che parte entrarci. Quando costui posò in margine il Fante di Denari, figura nella quale era facile riconoscere il suo piglio di provocatoria spavalderia, compresi che anche lui voleva raccontare qualcosa, cominciando di lì, e che si trattava della storia sua.

Ma che cosa aveva da spartire, questo scanzonato giovanotto, col macabro regno degli scheletri evocato dall’Arcano Numero Tredici? Non era certo tipo da passeggiare meditando per i cimiteri, a meno che non vi fosse attratto da qualche proposito ribaldo: per esempio, quello di forzare le tombe e derubare i morti dagli oggetti preziosi che sconsideratamente essi si fossero portati con sé nell’ultimo viaggio…

Sono di solito i Grandi della Terra a venir sepolti insieme agli attributi del loro comando, corone d’oro, anelli, scettri, vesti di lamine splendenti. Se questo giovane era davvero un ladro di tombe, egli doveva andar cercando nei cimiteri i sepolcri più illustri, per esempio la tomba d’un Papa, dato che i pontefici scendono nel sepolcro in tutto lo splendore dei loro arredi. Il ladro, in una notte senza luna, doveva aver sollevato il pesante coperchio della tomba facendo leva su Due Bastoni e s’era calato nel sepolcro.

E dopo? Il narratore posò un Asso di Bastoni e fece un gesto ascendente, come qualcosa che crescesse: per un momento dubitai d’aver sbagliato tutta la mia congettura, tanto quel gesto pareva in contraddizione con l’immergersi del ladro nella tomba papale. A meno di supporre che dal sepolcro appena scoperchiato fosse spuntato un tronco d’albero diritto e altissimo, e che il ladro vi si fosse arrampicato, oppure si fosse sentito trasportare su su, in cima all’albero, tra i rami, nella fronzuta chioma della pianta.

Per fortuna costui, sarà stato uno scampaforche, ma almeno nel raccontare non si limitava ad aggiungere un tarocco all’altro (procedeva a coppie di carte affiancate, in una doppia fila orizzontale, da sinistra a destra) ma s’aiutava con una gesticolazione ben dosata, semplificando un poco il nostro compito. Così riuscii a capire che con il Dieci di Coppe voleva intendere la vista dall’alto del cimitero, come lui lo contemplava d’in cima alla pianta, con tutti gli avelli allineati sui loro piedestalli lungo i viali. Mentre con l’arcano detto L’Angelo o Il Giudizio (in cui gli angeli attorno al trono celeste suonano la diana che fa scoperchiare le tombe) voleva forse solo sottolineare il fatto che lui guardava le tombe dall’alto come gli abitanti del cielo nel Gran Giorno.

Sulla cima dell’albero, arrampicandosi come un monello, il nostro giunse a una città sospesa. Così io credetti di interpretare il maggiore degli arcani, Il Mondo, che in questo mazzo di tarocchi raffigura una città galleggiante su onde o nuvole, e sollevata da due putti alati. Era una città i cui tetti toccavano la volta del cielo, come già La Torre di Babele, quale ce la mostrò, lì di seguito, un altro arcano.

– Chi scende nell’abisso della Morte e risale l’Albero della Vita, – con queste parole immaginavo fosse accolto l’involontario pellegrino, – arriva nella Città del Possibile, da cui si contempla il Tutto e si decidono le Scelte.

Qui la mimica del narratore non ci aiutava più e occorreva lavorare di congetture. Ci si poteva immaginare che, entrato nella Città del Tutto e delle Parti, il nostro ribaldo si fosse sentito apostrofare:

– Vuoi la ricchezza (Denari) o la forza (Spade) oppure la saggezza (Coppe)? Scegli, subito!

Era un arcangelo ferreo e radioso (Cavaliere di Spade)

che gli rivolgeva questa domanda, e il nostro, rapido: – Scelgo la ricchezza! (Denari) – gridò.

– Avrai Bastoni! – era stata la risposta dell’arcangelo a cavallo, mentre la città e l’albero si dissolvevano in fumo e il ladrone precipitava in un rovinio di rami spezzati in mezzo al bosco.

Storia dell’Orlando pazzo per amore

Adesso i tarocchi disposti sul tavolo formavano un quadrato tutto chiuso intorno, con una finestra ancora vuota al centro. Su di essa si chinò un commensale che era stato finora come assorto, lo sguardo vagante. Era costui un gigantesco guerriero; sollevava le braccia come fossero di piombo, e voltava lento il capo come se il peso dei pensieri gli avesse incrinato la cervice. Era certamente un profondo sconforto a gravare su questo capitano che doveva esser stato, non molto tempo prima, un micidiale fulmine di guerra.

La figura del Re di Spade che tentava di rendere in un unico ritratto il suo passato bellicoso e il melanconico presente, fu da lui avvicinata al margine sinistro del quadrato, all’altezza del Dieci di Spade. E subito i nostri occhi furono come accecati dal polverone delle battaglie, udimmo il suono delle trombe, già le lance volavano in pezzi, già i musi dei cavalli scontrandosi confondevano le schiume iridescenti, già le spade un po’ di taglio un po’ di piatto battevano un po’ sul taglio un po’ sul piatto d’altre spade, e dove un cerchio di nemici vivi saltava sulle selle e al ridiscendere non trovava più i cavalli ma la tomba, là al centro di questo cerchio era Orlando paladino che mulinava la sua Durlindana. L’avevamo riconosciuto, era lui che ci raccontava la sua storia tutta a strazi e a strappi, premendo il pesante dito di ferro su ciascuna carta.

Ora indicava la Regina di Spade. Nella figura di questa donna bionda, che in mezzo alle lame affilate e alle piastre di ferro affaccia l’inafferrabile sorriso d’un gioco sensuale, noi riconoscemmo Angelica, la maga venuta dal Catai per la rovina delle armate franche e fummo certi che il conte Orlando ne era ancora innamorato.

Dopo di lei s’apriva il vuoto: Orlando vi posò una carta: il Dieci di Bastoni. Vedemmo la foresta schiudersi malvolentieri all’avanzare del campione, gli aghi degli abeti farsi irti come aculei d’istrice, le querce gonfiare il torace muscoloso dei loro tronchi, i faggi svellere le radici dal suolo per contrastargli il passo. Tutto il bosco pareva dirgli: – Non andare! Perché diserti i metallici campi di guerra, regno del discontinuo e del distinto, le congeniali carneficine in cui eccelle il tuo talento nello scomporre e nell’escludere, e t’avventuri nella verde mucillaginosa natura, tra le spire della continuità vivente? Il bosco dell’amore, Orlando, non è luogo per te! Stai inseguendo un nemico dalle cui insidie non c’è scudo che ti protegga. Dimenticati d’Angelica! Ritorna!

Ma era certo che Orlando non prestava orecchio a questi ammonimenti e una sola visione l’occupava: quella rappresentata nell’arcano numero VII che egli ora posava sul tavolo, cioè Il Carro. L’artista che aveva miniato con splendenti smalti questi nostri tarocchi, alla guida del Carro aveva messo non un re come di solito si vede nelle carte più dozzinali, ma una donna dall’abito di maga o sovrana orientale, che reggeva le briglie di due bianchi cavalli alati. Era così che la fantasia farneticante d’Orlando si figurava l’incedere fatato d’Angelica nel bosco, era un’impronta di zoccoli volanti che egli inseguiva, più leggeri che zampe di farfalla, era uno spolverìo d’oro sulle foglie, come lasciano cadere certe farfalle, la traccia che gli serviva da guida nell’intrico.

Misero lui! Non sapeva ancora che nel più folto del folto una stretta d’amore morbida e struggente univa intanto Angelica e Medoro. Ci volle l’arcano dell’Amore per rivelarglielo, con il languore di desiderio che il nostro miniatore aveva saputo dare allo sguardo dei due innamorati. (Cominciammo a capire che con le sue mani di ferro e la sua aria trasognata, Orlando s’era tenuto per sé fin da principio i tarocchi più belli del mazzo, lasciando gli altri a balbettare le loro vicissitudini a suon di coppe e bastoni e ori e spade.)

La verità si fece largo nella mente d’Orlando: nell’umido fondo del bosco femminile c’è un tempio di Eros dove contano altri valori da quelli che decide la sua Durlindana. Il favorito di Angelica non era uno degli illustri comandanti di squadrone ma un giovanottino del seguito, snello e civettuolo come una fanciulla; la sua figura ingrandita apparve nella carta seguente: il Fante di Bastoni.

Dov’erano fuggiti, gli amanti? Da qualsiasi parte fossero andati, troppo tenue e sfuggente era la sostanza di cui erano fatti per dar presa alle manacce di ferro del paladino. Quando non ebbe più dubbi sulla fine delle sue speranze, Orlando fece qualche movimento disordinato, – sguainar la spada, puntar di sproni, tender la gamba nella staffa, – poi qualcosa si ruppe dentro di lui, saltò, si fulminò, si fuse, e tutt’a un tratto gli si spense il lume dell’intelletto e restò al buio.

Adesso il ponte di carte tracciato attraverso il quadrato toccava il lato opposto, all’altezza del Sole. Un amorino fuggiva a volo portando via il lume della saggezza d’Orlando, e si librava sulla terra di Francia contesa dagli Infedeli, sul mare che galee saracene avrebbero solcato impunemente, ormai che il più robusto campione della cristianità giaceva ottenebrato dalla demenza.

La Forza chiudeva la fila. Io chiusi gli occhi. Non mi reggeva il petto alla vista di quel fiore della cavalleria trasformato in una cieca esplosione tellurica, pari a un ciclone o a un terremoto. Come un tempo le schiere maomettane falciate dalla Durlindana, così ora il vorticare della sua clava abbatteva le bestie feroci che dall’Africa nel marasma delle invasioni erano passate sulle coste di Provenza e Catalogna; un manto di pellicce di felino fulve e screziate e maculate avrebbe ricoperto i campi divenuti deserto dove lui passava: né il cauto leone, né la tigre longilinea, né il retrattile leopardo sarebbero sopravvissuti al massacro. Poi sarebbe toccato al lionfante, all’otorinoceronte e al cavallo-del-fiume ossia ippopotamo: uno strato di pelle di pachiderma stava per ispessirsi sulla callosa arida Europa.

Il dito ferreamente puntiglioso del narratore andò a capo, cioè prese a compitare la riga di sotto, cominciando dalla sinistra. Vidi (e sentii) lo schianto dei tronchi di quercia sradicati dall’ossesso nel Cinque di Bastoni, rimpiansi l’ozio della Durlindana rimasta appesa a un albero e dimenticata nel Sette di Spade, deplorai lo spreco d’energie e di beni nel Cinque di Denari (aggiunto per l’occasione nello spazio vuoto).

La carta che egli ora deponeva là in mezzo era La Luna. Un freddo riverbero brilla sulla terra buia. Una ninfa dall’aspetto demente alza la mano verso la dorata falce celeste come se suonasse l’arpa. Vero è che la corda pende rotta al suo arco: la Luna è un pianeta sconfitto, e la Terra conquistatrice è prigioniera della Luna. Orlando percorre una Terra ormai lunare.

La carta del Matto, che ci fu mostrata subito dopo, era più che mai eloquente al proposito. Sfogato ormai il più grosso groppo di furore, con la clava sulla spalla come una lenza, magro come un teschio, stracciato, senza braghe, con la testa piena di penne (nei capelli gli restava attaccata roba d’ogni genere, piume di tordo, ricci di castagna, spini di pungitopo e grattaculo, lombrichi che succhiavano le spente cervella, funghi, muschi, galle, sepali) ecco che Orlando era disceso giù nel cuore caotico delle cose, al centro del quadrato dei tarocchi e del mondo, al punto d’intersezione di tutti gli ordini possibili.

La sua ragione? Il Tre di Coppe ci ricordò che era in un’ampolla custodita nella Valle delle Ragioni Perdute, ma poiché la carta rappresentava un calice rovesciato tra due calici diritti, era probabile che nemmeno in quel deposito si fosse conservata.

Le ultime due carte della fila erano lì sul tavolo. La prima era La Giustizia che già avevamo incontrato, sormontata dal fregio del guerriero al galoppo. Segno che i cavalieri dell’Armata di Carlomagno seguivano le piste del loro campione, vegliavano su di lui, non rinunciavano a riportare la sua spada al servizio di Ragione e Giustizia. Era dunque l’immagine della Ragione quella bionda giustiziera con spada e bilancia con cui lui doveva in ogni caso finire per fare i conti? Era la Ragione del racconto che cova sotto il Caso combinatorio dei tarocchi sparpagliati? Voleva dire che comunque giri poi viene il momento che lo acchiappano e lo legano, Orlando, e gli ricacciano in gola l’intelletto rifiutato?

Nell’ultima carta si contempla il paladino legato a testa in giù come L’Appeso. E finalmente ecco il suo viso diventato sereno e luminoso, l’occhio limpido come neppure nell’esercizio delle sue ragioni passate. Cosa dice? Dice: – Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge all’incontrario. Tutto è chiaro.

Storia di Astolfo sulla Luna

Sul senno di Orlando mi sarebbe piaciuto raccogliere altre testimonianze, soprattutto da colui che del recupero s’era fatto un dovere, una prova per il suo ardire ingegnoso. Avrei voluto che fosse lì con noi, Astolfo. Tra i commensali che ancora non avevano raccontato nulla c’era un tipo leggero come un fantino o un folletto, che ogni tanto saltava su in guizzi e in trilli come se il mutismo suo e nostro fosse per lui un’occasione di divertimento senza pari. Osservandolo m’accorsi che poteva ben essere lui, il cavaliere inglese, e lo invitai esplicitamente a raccontare porgendogli la figura del mazzo che più mi pareva somigliargli: l’ilare impennata del Cavaliere di Bastoni. Quel tipetto sorridente avanzò una mano, ma invece di prendere la carta la fece volare con uno scatto dell’indice sul pollice. Ondeggiò come una foglia al vento e si posò sul tavolo verso la base del quadrato.

Ora non c’erano più finestre aperte nel centro del mosaico; e poche carte restavano fuori dal gioco.

Il cavaliere inglese prese un Asso di Spade, (riconobbi la Durlindana d’Orlando rimasta inoperosa appesa a un albero…), l’avvicinò al punto in cui era L’Imperatore (raffigurato con la barba bianca e la fiorita saggezza di Carlo Magno in trono…), come accingendosi a risalire con la sua storia una colonna verticale: Asso di Spade, Imperatore, Nove di Coppe… (Prolungandosi l’assenza d’Orlando dal Campo Franco, Astolfo fu chiamato da Re Carlo e invitato a sedere a banchetto con lui…) Poi venivano Il Matto mezzo straccione e mezzo ignudo con le penne sul capo, e L’Amore dio alato che dal piedestallo tortile dardeggia gli spasimanti. (– Tu certo, Astolfo, sai che il principe dei nostri paladini, Orlando nostro nipote, ha perso il lume che distingue l’uomo e le bestie savie dalle bestie e dagli uomini matti, e adesso corre ossesso i boschi, e cosparso di penne d’uccelli risponde solo al pigolìo dei volatili come se altro linguaggio non intendesse. E manco male se a ridurlo in questo stato fosse un malinteso zelo nelle penitenze cristiane, nella umiliazione di sé, macerazione del corpo e castigo all’orgoglio della mente, perché in tal caso il danno potrebbe in qualche modo essere bilanciato da un vantaggio spirituale, o comunque sarebbe un fatto di cui potremmo non dico vantarcene ma parlarne in giro senza vergogna, magari scrollando solo un po’ il capo, ma il guaio è che alla pazzia lo ha spinto Eros, dio pagano, che più è represso più devasta…)

La colonna continuava con Il Mondo, dove si vede una città fortificata con un cerchio intorno, – Parigi nella cerchia dei suoi baluardi, stretta da mesi nell’assedio saraceno, – e con La Torre , che rappresenta con verisimiglianza il precipitare dei cadaveri giù dagli spalti tra getti d’olio rovente e macchine d’assedio all’opera; e così descriveva la situazione militare (forse con le stesse parole di Carlo Magno: – Il nemico preme ai piedi delle alture di Monte Martire e di Mon Parnasso, apre brecce a Menilmontante e a Monteroglio, appicca incendi alla Porta Delfina e alla Porta dei Lillà…) cui non mancava che un’ultima carta, il Nove di Spade, per chiudersi su una nota di speranza, (così come il discorso dell’Imperatore non poteva avere altra conclusione che questa: – Solo nostro nipote potrebbe guidarci in una sortita che tagli il cerchio di ferro e di fuoco… Va’, Astolfo, rintraccia il senno d’Orlando, dovunque si sia perduto, e riportalo: è la sola nostra salvezza! Corri! Vola!)

Cosa doveva fare Astolfo? Aveva in mano ancora una buona carta: l’arcano detto L’Eremita, qui rappresentato come un vecchio gobbo con la clessidra in mano, un indovino che rovescia il tempo irreversibile e prima del prima vede il dopo. È dunque a questo sapiente o magomerlino che Astolfo si rivolge per sapere dove ritrovare la ragione di Orlando. L’eremita leggeva lo scorrere dei grani di sabbia nella clessidra, e così noi ci accingevamo a leggere la seconda colonna della storia, che era quella immediatamente a sinistra, dall’alto in basso: Il Giudizio, Dieci di Coppe, Carro, Luna

– È in cielo che tu devi salire, Astolfo, – (l’arcano angelico del Giudizio indicava un’ascensione sovrumana), – su nei campi pallidi della Luna, dove uno sterminato deposito conserva dentro ampolle messe in fila, – (come nella carta di Coppe), – le storie che gli uomini non vivono, i pensieri che bussano una volta alla soglia della coscienza e svaniscono per sempre, le particelle del possibile scartate nel gioco delle combinazioni, le soluzioni a cui si potrebbe arrivare e non si arriva…

Per salire sulla Luna, (l’arcano Il Carro ce ne dava superflua ma poetica notizia), è convenzione ricorrere alle ibride razze dei cavalli alati o Pegasi o Ippogrifi; le Fate li allevano nelle loro stalle dorate per aggiogarli a bighe e a trighe. Astolfo il suo Ippogrifo l’aveva e montò in sella. Prese il largo nel cielo. La Luna crescente gli venne incontro. Planò. (Nel tarocco, La Luna era dipinta con più dolcezza di come le notti di mezza estate rustici attori la rappresentino nel dramma di Piramo e Tisbe, ma con mezzi altrettanto semplici d’allegoria…)

Poi veniva La Ruota della Fortuna, giusto al punto in cui ci aspettavamo una descrizione più particolareggiata del mondo della Luna, che ci lasciasse sbizzarrire nelle vecchie fantasie d’un mondo all’incontrario, dove l’asino è re, l’uomo è quadrupede, i fanciulli governano gli anziani, le sonnambule reggono il timone, i cittadini vorticano come scoiattoli nel mulinello della gabbia, e quanti altri paradossi l’immaginazione può scomporre e ricomporre.

Astolfo era salito a cercare la Ragione nel mondo del gratuito, Cavaliere del Gratuito egli stesso. Quale saggezza trarre per norma della Terra da questa Luna del delirio dei poeti? Il cavaliere provò a porre la domanda al primo abitante che incontrò sulla Luna: il personaggio ritratto nell’arcano numero uno, Il Bagatto, nome e immagine di significato controverso ma che qui pure può intendersi – dal calamo che tiene in mano come se scrivesse – un poeta.

Sui bianchi campi della Luna, Astolfo incontra il poeta, intento a interpolare nel suo ordito le rime delle ottave, le fila degli intrecci, le ragioni e le sragioni. Se costui abita nel bel mezzo della Luna, – o ne è abitato, come dal suo nucleo più profondo, – ci dirà se è vero che essa contiene il rimario universale delle parole e delle cose, se essa è il mondo pieno di senso, l’opposto della Terra insensata.

– No, la Luna è un deserto, – questa era la risposta del poeta, a giudicare dall’ultima carta scesa sul tavolo: la calva circonferenza dell’Asso di Denari, – da questa sfera arida parte ogni discorso e ogni poema; e ogni viaggio attraverso foreste battaglie tesori banchetti alcove ci riporta qui, al centro d’un orizzonte vuoto.

Tutte le altre storie

Il quadrato è ormai interamente ricoperto di tarocchi e di racconti. Le carte del mazzo sono tutte spiattellate sul tavolo. E la mia storia non c’è? Non riesco a riconoscerla in mezzo alle altre, tanto fitto è stato il loro intrecciarsi simultaneo. Infatti, il compito di decifrare le storie una per una m’ha fatto trascurare finora la peculiarità più saliente del nostro modo di narrare, e cioè che ogni racconto corre incontro a un altro racconto e mentre un commensale avanza la sua striscia un altro dall’altro estremo avanza in senso opposto, perché le storie raccontate da sinistra a destra o dal basso in alto possono pure essere lette da destra a sinistra o dall’alto in basso, e viceversa, tenendo conto che le stesse carte presentandosi in un diverso ordine spesso cambiano significato, e il medesimo tarocco serve nello stesso tempo a narratori che partono dai quattro punti cardinali.

Così mentre Astolfo cominciava a riferire la sua avventura, una delle più belle dame della compagnia, presentatasi col profilo da donna amorosa della Regina di Denari, già disponeva al punto d’arrivo della di lui strada L’Eremita e il Nove di Spade, che le servivano perché la sua storia cominciava proprio così, con lei che si rivolgeva a un indovino per sapere quale fine avrebbe avuto la guerra che da anni la teneva assediata in una città a lei straniera, e Il Giudizio e La Torre le portavano la notizia che gli Dèi avevano da tempo decretato la caduta di Troia. Infatti quella città fortificata e assediata (Il Mondo) che nel racconto d’Astolfo era Parigi concupita dai Mori, era vista come Troia da costei che della lunga guerra doveva essere stata la prima causa. Dunque qui i banchetti risonanti di canti e strimpellìo di cetre (Dieci di Coppe) erano quelli che gli Achei preparavano per il giorno sospirato della espugnazione.

Nello stesso tempo però un’altra Regina (quella, soccorrevole, di Coppe) avanzava in una sua storia incontro alla storia d’Orlando, sullo stesso suo percorso, cominciando dalla Forza e dal Penduto. Cioè questa regina contemplava un feroce brigante (come tale almeno glielo avevano descritto) appeso a uno strumento di tortura, sotto Il Sole, per verdetto della Giustizia. N’ebbe pietà, s’avvicinò, gli porse da bere (Tre di Coppe), s’accorse che era un giovane agile e gentile (Fante di Bastoni).

Gli arcani Carro Amore Luna Matto (che già pure servivano al sogno d’Angelica, alla follìa d’Orlando, al viaggio dell’Ippogrifo) ora venivano disputati tra la profezia dell’indovino a Elena di Troia: – Entrerà coi vincitori una donna su un carro, una regina o una dea, e il tuo Paride cadrà innamorato di lei, – che spingeva la bella e adultera sposa di Menelao a fuggire al lume della luna dalla città assediata, celata sotto umili vesti, accompagnata solo dal buffone di corte, – e la storia raccontata simultaneamente dall’altra regina, di come, innamoratasi del prigioniero, lo liberava nottetempo, invitandolo a fuggire camuffato da vagabondo e ad attendere che lei lo raggiungesse sul suo carro regale, nell’oscurità del bosco.

Le due storie poi continuavano ognuna verso il suo sbocco, Elena raggiungendo l’Olimpo (Ruota della Fortuna) e presentandosi al banchetto (Coppe) degli Dèi, l’altra attendendo invano nel bosco (Bastoni) l’uomo da lei liberato fino ai primi chiarori dorati (Denari) del mattino. E mentre l’una concludeva rivolgendosi al sommo Zeus (L’Imperatore): – Di’ al poeta ( Il Bagatto) che qui in Olimpo, non più cieco, siede tra gli Immortali e allinea i versi fuori del tempo nei poemi temporali che altri poeti canteranno, che questa sola elemosina (Asso di Denari) io chiedo alla volontà dei Celesti (Asso di Spade), questo scriva nel poema del mio destino: prima che Paride la tradisca, Elena si darà a Ulisse nel ventre stesso del Cavallo di Troia (Cavaliere di Bastoni)! – l’altra non aveva sorte meno incerta sentendosi apostrofare da una splendida guerriera (Regina di Spade) che le veniva incontro alla testa d’un esercito: – Regina della notte, l’uomo da te liberato è mio: preparati a combattere; la guerra con le armate del giorno non finisce, tra gli alberi del bosco, prima dell’aurora!

Nello stesso tempo bisognava tener presente che la Parigi o Troia assediata nella carta Il Mondo, che era anche città celeste nella storia del ladro di tombe, diventava una città sotterranea nella storia d’un tale che s’era presentato con le solide, conviviali fattezze del Re di Bastoni, e che v’era arrivato dopo che in un bosco magico s’era munito d’un randello dai poteri straordinari e aveva seguito uno sconosciuto guerriero dalle armi nere che gli vantava le sue ricchezze (Bastoni, Cavaliere di Spade, Denari). In un alterco d’osteria (Coppe), il misterioso compagno di viaggio aveva deciso di giocarsi lo scettro della città (Asso di Bastoni). La lotta a bastonate essendo stata favorevole al nostro, – Eccoti padrone, – gli disse lo Sconosciuto, – della Città della Morte. Sappi che hai vinto il Principe della Discontinuità, – e tolta la maschera aveva rivelato il suo vero volto (La Morte) cioè un teschio giallo e camuso.

Chiusa la Città della Morte, nessuno poteva più morire. Cominciò una nuova Età dell’Oro: gli uomini scialacquavano in bagordi, incrociavano le spade in innocue zuffe, si buttavano indenni giù da alte torri (Denari, Coppe, Spade, Torre). E le tombe abitate da vivi in tripudio (Il Giudizio) erano quelle dei cimiteri ormai inutili dove i gaudenti si riunivano per le loro orge, sotto lo sguardo esterrefatto degli angeli e di Dio. Tanto che un monito non tardò a risuonare: – Riapri le porte della Morte o il mondo diventerà un deserto irto di stecchi, una montagna di freddo metallo! – e il nostro eroe s’inginocchiò ai piedi dell’adirato Pontefice, in segno di obbedienza. (Quattro di Bastoni, Otto di Denari, Il Papa.)

– Quel Papa ero io! – sembrò esclamare un altro convitato che si presentava sotto le mentite spoglie del Cavaliere di Denari e che gettando con disdegno il Quattro di Denari forse voleva significare che egli aveva abbandonato i fasti della corte papale per portare l’estremo viatico ai moribondi sul campo di battaglia. La Morte seguìta dal Dieci di Spade rappresentava allora la distesa dei corpi squartati in mezzo ai quali s’aggirava il Pontefice sbigottito, all’inizio d’una storia raccontata minuziosamente dagli stessi tarocchi che già avevano segnato gli amori d’un guerriero e d’un cadavere ma letti secondo un altro codice per cui la successione Bastoni, Diavolo, Due di Denari, Spade presupponeva che il Papa, tentato dal dubbio alla vista del massacro, fosse stato udito chiedersi: – Perché permetti questo, Dio? Perché lasci che tante tue anime si perdano? – e che, dal bosco, una voce avesse ribattuto: – Siamo in due a dividerci il mondo (Due di Denari) e le anime! Non sta a Lui solo di permettere o di non permettere! Deve pur sempre fare i conti con me!

Il Fante di Spade al termine della striscia precisava che a questa voce aveva fatto seguito l’apparizione d’un guerriero dall’aria sprezzante: – Riconosci in me il Principe delle Opposizioni, e io farò regnare la pace nel mondo (Coppe), inizierò una nuova Età dell’Oro!

– Da gran tempo questo segno ricorda che l’Altro è stato vinto dall’Uno! – poteva aver detto il Papa, opponendogli i Due Bastoni incrociati.

Oppure quella carta indicava un bivio. – Due sono le strade. Scegli, – aveva detto il Nemico, ma in mezzo al crocicchio era apparsa la Regina di Spade, (già Maga Angelica o bella anima dannata o condottiera), ad annunciare: – Fermatevi! La vostra contesa non ha senso. Sappiate che io sono la gioiosa Dea della Distruzione, che governa il disfarsi e il rifarsi ininterrotto del mondo. Nel massacro generale le carte si mescolano di continuo, e le anime non hanno sorte migliore dei corpi, i quali almeno godono il riposo della tomba. Una guerra senza fine agita l’universo fino alle stelle del firmamento e non risparmia gli spiriti né gli atomi. Nel pulviscolo dorato sospeso nell’aria, quando il buio d’una stanza è penetrato da raggi di luce, Lucrezio contemplava battaglie di corpuscoli impalpabili, invasioni, assalti, giostre, vortici… (Spade, Stella, Ori, Spade.)

Certamente anche la mia storia è contenuta in questo intreccio di carte, passato presente futuro, ma io non so più distinguerla dalle altre. La foresta, il castello, i tarocchi m’hanno portato a questo traguardo: a perdere la mia storia, a confonderla nel pulviscolo delle storie, a liberarmene. Quello che rimane di me è solo l’ostinazione maniaca a completare, a chiudere, a far tornare i conti. Ancora mi manca di ripercorrere due lati del quadrato in senso opposto, e io vado avanti solo per puntiglio, per non lasciare le cose a mezzo.

Il castellano-locandiere che ci ospita non può tardare a dir la sua. Facciamo conto che sia il Fante di Coppe e che un insolito avventore (Il Diavolo) si sia presentato alla sua locanda-castello. Con certi ospiti è buona norma non offrire mai da bere gratis, ma – richiesto di pagare: – Oste, nella tua taverna tutto si mescola, i vini ed i destini… – aveva detto l’Avventore.

– Vossignoria non è contento del mio vino?

– Contentissimo! Il solo che sappia apprezzare tutto ciò che è intersecato e bifronte sono io. Perciò, ben più di Due Denari voglio darti!

A questo punto La Stella, arcano numero diciassette, rappresentava non più Psiche, né la sposa uscita dalla tomba, né un astro del firmamento, ma solo la fantesca mandata a riscuotere il conto che tornava con le mani sfavillanti di monete mai viste e gridava: – Sapeste! Quel signore! Cos’ha fatto! Ha rovesciato una delle Coppe sul tavolo e ne ha fatto cascar giù un fiume di Denari.

– Che incantesimo è questo? – aveva esclamato il taverniere-castellano.

L’avventore era già sulla soglia. – In mezzo alle tue coppe adesso ce n’è una che pare uguale alle altre, invece è magica. Fa’ di questo dono un uso che possa piacermi, altrimenti, come m’hai conosciuto da amico, così tornerò a incontrarti da nemico! – disse, e sparì.

Pensa e ripensa, il castellano aveva deciso di travestirsi da giocoliere e andare nella Capitale per conquistare il potere sciorinando monete sonanti. Dunque Il Bagatto (che avevamo visto come un Mefistofele o un poeta) era anche l’oste-ciarlatano che sognava di diventare Imperatore con i giochi di bussolotti delle sue Coppe, e la Ruota (non più Mulino dell’Oro né Olimpo né Mondo della Luna) rappresentava la sua intenzione di capovolgere il mondo.

Si mise in strada. Ma nel bosco… A questo punto occorreva interpretare nuovamente l’arcano della Papessa come una Gran Sacerdotessa che nel bosco celebrava un tripudio rituale e aveva detto al viandante: – Restituisci alle Baccanti la coppa sacra che ci fu rubata! – E così si spiegava anche la fanciulla scalza e irrorata di vino detta nei tarocchi La Temperanza e l’elaborata fattura del calice-altare che teneva il posto d’Asso di Coppe.

Nello stesso tempo anche la donna corpulenta che ci serviva da bere come solerte ostessa o premurosa castellana aveva cominciato un suo racconto con le tre carte: Regina di Bastoni, Otto di Spade, Papessa, e noi eravamo portati a vedere La Papessa anche come Badessa d’un convento cui la nostra narratrice, allora tenera educanda, aveva detto, per vincere il terrore che all’approssimarsi della guerra regnava tra le monache: – Lasciate che io sfidi a duello (Due Spade) il condottiero degli invasori!

Era quest’educanda infatti una provetta spadaccina – come La Giustizia di nuovo ci rivelava – e all’aurora sul campo di battaglia la sua maestosa persona fece una così sfolgorante apparizione (Il Sole) che il principe sfidato a duello (Cavaliere di Spade) se ne innamorò. Il banchetto (Coppe) di nozze fu celebrato nella reggia dei genitori dello sposo (Imperatrice e Re di Denari) i cui volti esprimevano tutta la loro diffidenza verso quella nuora smisurata. Appena lo sposo dovette ripartire (allontanarsi del Cavaliere di Coppe) i crudeli suoceri pagarono (Denari) uno scherano che conducesse nel bosco (Bastoni) la sposa e la uccidesse. Ecco allora che l’energumeno (La Forza) e L’Appeso si rivelavano essere la stessa persona, lo scherano che s’avventava contro la nostra leonessa e si ritrovava poco dopo legato a testa in giù da quella robusta lottatrice.

Sfuggita all’agguato, l’eroina s’era celata sotto i panni d’una ostessa o ancella di castello, come noi la vedevamo ora tanto in persona quanto nell’arcano della Temperanza mescere un purissimo vino (quale i motivi bacchici dell’Asso di Coppe garantivano). Eccola ora apparecchiare una tavola per due, attendere il ritorno dello sposo, e spiare ogni muovere di fronda in questo bosco, ogni tirar di carte in questo mazzo di tarocchi, ogni colpo di scena in questo incastro di racconti, finché non si arriva alla fine del gioco. Allora le sue mani sparpagliano le carte, mescolano il mazzo, ricominciano da capo.

ESAME DELL’OPERA DI HERBERT QUAIN

Tratto da: Borges, Finzioni, Einaudi Ed., Milano 1985, pp. 63-68. Traduzione di Franco Lucentini.

Jorge Luis Borges

Herbert Quain è morto a Roscommon; ho visto senza sorpresa che il Supplemento letterario del Times gli dedica appena una mezza collana di pietà necrologica, in cui non v’è epiteto laudativo che non sia corretto (o seriamente redarguito) da un avverbio. Lo Spectator, da parte sua, è certo meno laconico, e forse più cordiale, ma paragona il primo libro di Quain – The God of the Labyrinth – ad uno di Agata Christie, e gli altri a quelli di Gertrude Stein: accostamenti che nessuno giudicherà inevitabili, e che non avrebbero rallegrato il defunto. Questo, del resto, mai si credette geniale: neppure nelle notti peripatetiche di conversazione letteraria, in cui l’uomo che ha già fatto gemere i torchi gioca invariabilmente a fare il Monsieur Teste o il dottor Samuel Johnson… Avvertiva con tutta lucidità la condizione sperimentale dei propri libri: ammirevoli forse per originalità e per certo probo laconismo ma non per le virtù della passione. «Sono come le odi di Cowley», mi scrisse da Longford il 6 marzo 1939. «Non appartengo all’arte, ma alla mera storia dell’arte». Non v’era, per lui, disciplina inferiore alla storia.

Ho riferito un tratto di modestia di Herbert Quain: naturalmente, questa modestia non esaurisce tutto il suo pensiero. Flaubert ed Henry James ci hanno abituato a supporre che le opere d’arte siano infrequenti, e di esecuzione laboriosa; il secolo XVI (ricordiamo il Viaggio del Parnaso, ricordiamo il destino di Shakespeare) non condivideva questa sconsolata opinione. Né la condivideva Herbert Quain. Giudicava che la buona letteratura è piuttosto comune, e che non v’è quasi dialogo casuale, conversazione udita per la strada, che non la raggiunga. Giudicava anche che il fatto estetico non può prescindere da qualche elemento di stupore, e che stupirsi a memoria è difficile. Deplorava con sorridente sincerità «la servile ed ostinata conservazione» di libri preferiti… Non so se la sua vaga teoria si giustifichi; so che i suoi libri aspirano troppo alla sorpresa.

Deploro di aver prestato ad una signora, irreversibilmente, il primo che pubblicò. Ho già detto che si tratta d’un romanzo poliziesco, The God of the Labyrinth; posso aggiungere che l’editore lo mise in vendita negli ultimi giorni del novembre 1933. Ai primi di dicembre dello stesso anno, le gradevoli e ardue involuzioni del Siamese Twin Mystery affaccendarono Londra e New York; io preferisco attribuire l’insuccesso del romanzo del nostro amico a questa coincidenza rovinosa. Nonché (voglio esser del tutto sincero) alla sua deficiente esecuzione ed alla vana e frigida pompa di certe descrizione del mare. A distanza di sette anni, m’è impossibile recuperare i dettagli dell’azione; ma eccone il piano generale, quale l’impoveriscono (quale lo purificano) le lacune della mia memoria. V’è un indecifrabile assassinio nelle pagine iniziali, una lenta discussione nelle intermedie, una soluzione nelle ultime. Poi, risolto ormai l’enigma, v’è un paragrafo vasto e retrospettivo che contiene questa frase: «Tutti credettero che l’incontro dei due giocatori di scacchi fosse stato casuale». Questa frase lascia capire che la soluzione è erronea. Il lettore, inquieto, rivede i capitoli sospetti e scopre un’altra soluzione, la vera. Il lettore di questo libro singolare è più perspicace dei detective.

Ancora più eterodosso è il “romanzo regressivo, ramificato” April March, la cui terza (ed unica) parte è del 1936. Nel giudicare questo romanzo dobbiamo ricordare che si tratta d’un gioco, e che l’autore non lo considerò mai diversamente.

«Rivendico per quest’opera – l’udii affermare – i tratti essenziali di ogni gioco: la simmetria, le leggi arbitrarie, il tedio». Lo stesso titolo non è che un debole calenbour: non significa Marcia d’aprile, ma letteralmente Aprile marzo. Alcuni hanno avvertito in quelle pagine un’eco della dottrina di Dunne; la prefazione di Quain preferisce evocare il mondo alla rovescia di Bradley, in cui la morte precede la nascita e la ferita il colpo (Appearance and Reality, 1897, p. 215) 1.

1 Povera erudizione di Herbert Quain, povera pagina 215 di un libro del 1897. Un interlocutore del Politico di Platone aveva già descritto una regressione analoga: quella dei Figli della Terra, o Autoctoni, i quali sottoposti all’influsso della rotazione inversa del cosmo, passarono dalla vecchiezza alla maturità, dalla maturità all’infanzia, dall’infanzia alla sparizione e al nulla. Anche Teopompo, nella sua Filippica, parla di certi frutti boreali che provocano in chi li mangia lo stesso processo retrogrado… Più interessante immaginare un’inversione del Tempo: uno stato in cui ci ricorderemmo dell’avvenire e ignoreremmo, o appena presentiremmo, il passato, Cfr. il canto X dell’Inferno, verso 97-102, dove si paragona la visione profetica alla presbiopia. (N.d.A.)

I mondi che propone April March non sono regressivi: è regressiva la maniera di raccontarne la storia. Regressiva e ramificata, come ho già detto. L’opera comprende tredici capitoli. Il primo riferisce l’ambiguo dialogo di alcuni sconosciuti su una banchina. Il secondo riferisce gli avvenimenti della vigilia del primo. Il terzo, anch’esso retrogrado, riferisce gli avvenimenti di un’altra possibile vigilia del primo; il quarto, quelli di un’altra. Ciascuna di queste tre vigilie (che rigorosamente si escludono) si ramifica in altre tre, d’indole molto diversa. Il corpo dell’opera consta poi di nove racconti; ogni racconto, di tre lunghi capitoli (il primo capitolo, naturalmente, è comune a tutti i racconti). Di questi racconti, uno è di carattere simbolico; un altro, soprannaturale; un altro, poliziesco; un altro, psicologico; un altro, comunista; un altro, anticomunista; eccetera. Uno schema, forse, aiuterà a comprendere la struttura:

                                                          x1

                            y1                          x2

                                                          x3

                                                          x4

z                           y2                         x5

                                                           x6

                                                           x7

                             y3                          x8

                                                            x9

Può ripetersi di questa struttura ciò che disse Schopenauer delle dodici categorie kantiane: che tutto sacrificano ad un furore simmetrico. Com’era prevedibile, alcuno dei nove racconti è indegno di Quain. Il migliore non è quello che immaginò originariamente, l’x4; è quello di natura fantastica, l’x9. Altri sono imbruttiti da scherzi insipidi e da pseudo-precisazioni inutili. Chi li leggesse nell’ordine cronologico (per esempio: x3, y1, z) perderebbe il sapore peculiare dello strano libro. Due racconti l’x7 e l’x8 – hanno poco valore di per sé, ma acquistano efficacia se giustapposti… Ricorderò anche che Quain, avendo già pubblicato April March, si pentì dell’ordine ternario e auspicò che, tra i suoi futuri imitatori, gli uomini scegliessero il binario

                                                   x1

                            y1

                                                    x2

z

                                                    x3

                               y2

                                                     x4

e i demiurghi e gli dèi l’infinito:infinite storie, infinitamente ramificate Molto diversa, ma anch’essa retrospettiva è la commedia eroica in due atti The Secret Mirror. Nelle opere di cui abbiamo parlato, la complessità formale aveva intorpidito l’immaginazione dell’autore; qui la sua evoluzione è più libera. Nel primo atto (che è anche il più lungo) siamo nella casa di campagna del generale Thrale, C.I.E., presso Melton Mowbray. L’invisibile centro della trama è Miss Ulrica Thrale, la figlia maggiore del generale. La intravediamo, attraverso alcuni passi del dialogo, amazzone ed altera; i giornali annunciano il suo fidanzamento con il duca di Rutland; i giornali smentiscono il fidanzamento. La venera un autore drammatico, Wilfred Quarles; la giovane gli ha concesso qualche volta un bacio distratto. I personaggi sono di vasta fortuna e di sangue antico; nobili, seppure veementi, gli affetti; il dialogo sembra vacillare tra la mera vaniloquenza di Bulwer-Lytton e gli epigrammi di Wilde o di Mr. Philip Guedalla. V’è un usignolo e una notte; v’è un dolore segreto su un terrazzo. (Quasi del tutto impercettibile, v’è qualche curiosa contraddizione, qualche dettaglio sordido). I personaggi del primo atto ricompaiono nel secondo, con altri nomi. L’“autore drammatico” Wilfred Quarles è un commissario di Liverpool; il suo vero nome, John William Quigley. Miss Thrale esiste; Quigley non l’ha vista mai, ma colleziona morbosamente ritratti suoi del “Tatler” e dello “Sketch”. Quigley è autore del primo atto. L’inverosimile, o improbabile, “casa di campagna” è la pensione giudeo-irlandese dove lui vive, trasfigurata e magnificata da lui… La trama dei due atti è parallela, ma nel secondo tutto è leggermente orribile, tutto è continuamente rimandato o frustrato. Quando The Secret Mirror fu rappresentato, la critica fece i nomi di Freud e di Julien Green. L’accenno al primo mi sembra del tutto ingiustificato. Comunque, si sparse la voce che The Secret Mirror fosse una commedia freudiana; questa interpretazione propizia (ed erronea) determinò il suo successo. Disgraziatamente, Quain aveva già quarant’anni, Era abituato all’insuccesso e non si rassegnava facilmente ad un cambiamento di regime. Decise di rifarsi. Verso la fine del 1939 pubblicò Statements: forse il più originale dei suoi libri, certo il meno lodato e il più segreto. Quain soleva ripetere che i lettori sono una specie ormai estinta. «Non v’è europeo – ragionava – che non sia uno scrittore, in potenza o in atto». Affermava anche che, tra le diverse felicità che può procurare la letteratura, la più alta è l’invenzione. Poiché non tutti sono capaci di questa felicità, molti dovranno contentarsi di simulacri. Per questi “imperfetti scrittori”, il cui numero è legione, Quain compose gli otto racconti del libro Statements. Ciascuno di essi prefigura o promette un buon argomento, volontariamente frustrato dall’autore. Uno – non il migliore – insinua due argomenti. Il lettore, distratto dalla propria vanità, crede di averli inventati. Dal terzo, The Rose of Yesterday, io commisi l’ingenuità di ricavare Le rovine circolari, che è una delle narrazioni del libro Il giardino dei sentieri che si biforcano.

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Neurologo e Psichiatra. Scrittore di Haiku

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