Tempo, memoria e oblio: madeleine ed ologrammi

Il tempo nella tradizione Giudaico-Cristiana si caratterizza per i seguenti aspetti principali:

 

1)  La storia ha un inizio e una fine;   2)  È teleologica; l’universo è progettato e la storia dell’umanità è diretta verso una fine, per uno scopo ben definito; 3)  La storia è ricca di significato, e, anche se questo può riuscire incomprensibile all’uomo, non è accidentale, ma è da riferire esclusivamente all’adempimento di una volontà o piano Divini. Comunque, il definitivo come, perché e quando di questo grande piano sono al di là dell’umana comprensione, e sono noti solo a Dio, il Creatore; 4) La storia umana nel suo svolgimento, assomiglia a un dramma di intensità crescente. È organizzata, diretta e sostenuta da Dio in modo sia diretto che indiretto. Come ogni dramma, ha un inizio, un momento culminante e una fine che sono analoghi ai concetti teologici della Genesi, la Venuta di un Messia e il Giorno del Giudizio Finale ; 5) Questo unico dramma umano è recitato esclusivamente su un palcoscenico chiamato Terra, che viene inteso come il centro dell’Universo, per quanto concerne questa unica rappresentazione.
 
 
Il tempo nella concezione Buddhista riconosce invece le seguenti differenze:
 
1)  La storia ha un inizio e una fine ma in senso relativo, non assoluto, e in questo senso il tempo ha una struttura che può essere definita come “circolare” e con elementi di forte interdipendenza reciproca tra passato presente e futuro ; 2) La storia è ricca di grande significato poiché è un processo necessario per la realizzazione della Perfezione (Buddhità) per tutti gli esseri viventi, e non ha un unico significato; ci sono numerose storie di altri esseri senzienti di uguale significato in altri universi;  3) Ci sono innumerevoli universi; la terra è soltanto un puntino nella vasta estensione del Dharmadhatu (gli infiniti universi), e la terra non è il solo palcoscenico su cui un unico dramma, voluto da un Dio, viene recitato;  4)  La storia, umana o no, non è un dramma progettato e organizzato da Dio; viene messa in essere dal karma collettivo di esseri senzienti;  5) Non c’è un modello o una struttura definita entro cui tutte le storie debbono rientrare. La struttura della storia viene dettata dalla natura del karma collettivo di esseri viventi in quella particolare storia
 
 
Questo dialogo tratto in un testo fondamentale della dottrina Hua-yen
 
“…Fa-Tsang all’imperatrice Wu: “dal momento che tutte le cose si generano in maniera interdipendente […], e che i legami di questa interdipendenza si espandono per l’intero universo e attraverso ogni tempo (passato, presente e futuro dipendono l’uno dall’altro, ciò che significa che il dharmadhatu, nel suo complesso, si genera simultaneamente), ecco che nella totalità dell’interdipendenza, nel dharmadhatu, tutti i fenomeni si compenetrano reciprocamente e sono identici…”
 
 
 Fa eco con il dialogo tra Alice e la Regina
 
Disse la regina … ‘… la memoria lavora in tutti e due i sensi.’
‘Io sono sicura che la mia lavora in un unico senso – le fece notare Alice –. Non potrei ricordare le cose prima che avvengano.’
‘È una povera memoria che lavora solo all’indietro, rispose la regina.”
 
(Lewis Carroll, 1871, p. 163)
 
 
E rimanda alla dottrina dell’eterno ritorno ipotizzata da Nietzsche e che allude allo stato mentale del deja-vu
 
E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna, e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti -non dobbiamo tutti essere stati un’altra volta ?- e ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via -non dobbiamo ritornare in eterno ? […] E improvvisamente, ecco, udii un cane ululare. Non avevo già udito una volta un cane ululare così ? E il mio pensiero corse all’indietro. Si ! Quando ero bambino, in infanzia remota: – allora udii un cane ululare così. E lo vidi anche, il pelo irto, la testa all’insù, tremebondo, nel più profondo silenzio di mezzanotte, quando i cani credono agli spettri: – tanto che ne ebbi pietà. Proprio allora la luna piena, in un silenzio di morte, saliva sulla casa, proprio allora si era fermata una sfera incandescente, -tacita sul tetto piatto come su roba altrui […]
 
 
 
Ma è con Proust che si delinea anche se letterariamente una descrizione del funzionamento della memoria compatibile con  un modello “olografico” della stessa (quindi connessionisitico, sistemico, dinamico non-lineare), contrariamente a tutti gli altri modelli di stampo Human Information Processing
 
 
“…E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un domani malinconico, mi portai alle labbra un cucchiaino di tè nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. Ma nello stesso istantein cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Cosa significava? Dove afferrarla? […]   Ricomincio a domandarmi che cosa poteva essere questa condizione ignota, che non adduceva alcuna prova logica, bensì l’evidenza della sua felicità, della sua realtà davanti alla quale le altre svanivano. Cercherò di farla riapparire. Retrocedo col pensiero al momento in cui ho sorbito il primo cucchiaino da tè. Ritrovo lo stesso stato senza una chiarezza nuova. Chiedo al mio spirito di fare un ulteriore sforzo, di richiamare ancora una volta la sensazione che sfugge. E perché niente possa spezzare lo slancio con il quale cercherà di riafferrarla, tolgo di mezzo ogni ostacolo, ogni idea estranea, metto al riparo le mie orecchie e la mia attenzione dai rumori della stanza accanto […] Non so cosa sia, ma sale lentamente; avverto la resistenza, percepisco il rumore delle distanze attraversate. A palpitare così in fondo al mio essere sarà, certo, l’immagine, il ricordo visivo che, legato a quel sapore, si sforza di seguirlo fino a me. Ma troppo lontano, troppo confusamente si dibatte; colgo a stento il riflesso neutro in cui si confonde l’inafferrabile vortice dei colori rimescolati; ma non arrivo a distinguere la forma, unico interprete al quale potrei chiedere di tradurmi la testimonianza del suo contemporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, di spiegarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratta […]   Giungerà mai alla superficie della mia coscienza lucida quel ricordo, quell’istante remoto che l’attrazione di un identico istante è venuta così da lontano a sollecitare, a scuotere, a sollevare nel mio io più profondo? Non lo so. […] E tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me. Il sapore, era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray […], quando andavo a dirle buongiorno nella sua camera da letto zia Léonie mi offriva dopo averlo intinto nel suo infuso di tè o di tiglio. La vista della piccola madeleine non m’aveva ricordato nulla prima che ne sentissi il sapore; forse perché spesso dopo di allora ne avevo viste altre, senza mai mangiarle, sui ripiani dei pasticcieri, e la loro immagine s’era staccata da quei giorni di Combray per legarsi ad altri più recenti; forse perché, di ricordi abbandonati per così lungo tempo al di fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era disgregato; le forme – compresa quella della piccola conchiglia di pasticceria, così grassamente sensuale sotto la sua pieghettatura severa e devota – erano scomparse, oppure, addormentate, avevano perduto la forza d’espansione che avrebbe permesso loro di raggiungere la coscienza […]   Ma quando di un lontano passato non rimane più nulla, dopo la morte delle creature, dopo la distruzione delle cose, soli e più fragili ma più vivaci, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto, a sorreggere senza tremare – loro, goccioline quasi impalpabili – l’immenso edificio del ricordo. E quando ebbi riconosciuto il gusto del pezzetto di madeleineche la zia inzuppava per me nel tiglio, subito […]  la vecchia casa grigia verso strada, di cui faceva parte la sua camera, venne come uno scenario di teatro a saldarsi al piccolo padiglione prospiciente il giardino e costruito sul retro per i miei genitori […]; e, insieme alla casa, la città da mattina a sera e con ogni sorta di tempo, la piazza dove mi mandavano prima di pranzo, le vie dove facevo qualche commissione, le strade percorse quando il tempo era bello. E come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, case, figure consistenti e riconoscibili, così ora, tutti i fiori del nostro giardino  e quelli del parco di casa Swann, e le ninfee della Vivonne, e la brava gente del villaggio e le loro piccole abitazioni e la chiesa e tutta Combray e la campagna circostante, tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, città e giardini, dalla mia tazza di tè…”

 
 
In questa magnifica descrizione letteraria relativa ai processi di ricostruzione mnesica,  l’aspetto essenziale è che un singolo dettaglio è capace di ricostruire livelli di complessità del ricordo che prescindono dalla traccia iniziale (anche se determinati da questa), esattamente come viene descritto nei modelli olografici di memoria.
 
 
I modelli olografici di memoria sono basati  sull’analogia tra i processi che riguardano la memoria e quelli che avvengono in corrispondenza della formazione e della lettura di ologrammi ottici:
 
Un ologramma ottico immagazzina su una superficie bidimensionale tutta l’informazione luminosa relativa ad un oggetto tridimensionale. Un ologramma quindi contiene implicitamente tutte le possibili viste di un oggetto tridimensionale, mentre una fotografia ne può contenere solo una.

Questa caratteristica degli ologrammi viene ottenuta tramite una opportuna combinazione di 2 processi fisici fondamentali riguardanti le onde elettromagnetiche: l’ interferenza e la diffrazione

Interferenza (figura di costruzione dell’ologramma): tra 2 raggi luminosi in contemporanea, uno detto raggio di riferimento (che non incontra l’oggetto di cui si vuole costruire l’ologramma), e l’altro (che incide sull’oggetto e ne viene riflesso), formando il cosiddetto raggio riflesso.

Se si sposta la sorgente in modo da avere via via diversi raggi riflessi, che derivano da riflessioni sulle diverse parti dell’oggetto, si avrà la formazione di diverse figure d’  interferenza, che si sovrapporranno le une sulle altre sulla lastra fotografica. L’ologramma è il risultato di questa sovrapposizione.

La lettura dell’ologramma così formato è effettuata tramite il processo di diffrazione. Facendo incidere sull’ologramma uno particolare dei raggi di riferimento utilizzati durante la sua costruzione, la sua luce verrà deviata dalla traiettoria rettilinea grazie alla complicata e fitta distribuzione di zone chiare e zone scure presenti nell’ologramma.

Si produrrà così a distanza dall’ologramma, una figura di diffrazione, che rappresenterà una particolare veduta dell’oggetto , quella corrispondente al raggio di riferimento usato.

Cambiando raggio di riferimento, ovviamente, si otterranno figure di diffrazione differenti, ciascuna delle quali corrisponderà ad una particolare vista bidimensionale dell’oggetto.

D. Gabor identifica l’ologramma stesso con una memoria di tipo distribuito, in cui l’informazione è contenuta ovunque e in nessun luogo in particolare

Il processo di interferenza è considerato analogo alla formazione della traccia mnestica, grazie all’interazione tra il contesto (il raggio di riferimento) e il raggio riflesso (l’informazione da immagazzinare).

Il processo di diffrazione, innescato dal raggio di riferimento (il contesto che funge da indizio o da pattern di richiamo) è paragonato con il processo di richiamo dell’informazione della memoria.

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Neurologo e Psichiatra. Scrittore di Haiku

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