Il labirinto delle verità

In questo articolo mi ricollego ad uno dei post precedenti sulla difficoltà di poter definire chiaramente il concetto di “Io” così come spiegato ad es. dalla psicoanalisi, e messo invece in discussione da argomentazioni di tipo filosofico (vedi l’articolo riportato di Aldo Masullo).

Analogamente anche il concetto di verità oggettiva e assoluta è stato da sempre messo in discussione fin dai presocratici (si pensi ai sofisti e agli scettici), anche se da altri filosofi ed in altre epoche questo concetto è stato invece considerato come un valore assoluto (si pensi ad Aristotele, ala cultura cristiana e all’Illuminismo)

Nel XX° secolo diversi autori di varie discipline hanno in qualche modo posto il problema della relatività del termine verità. Nietzsche ha annunciato la morte di Dio punto di riferimento assoluto di tutta la cultura cristiana, Einstein ha indagato la relazione tra spazio-tempo ed energia demolendo la concezione newtoniana della realtà fisica, Freud ci ha spiegato che gran parte dei nostri comportamenti, desideri, paure  derivano da un sottofondo impenetrabile alla coscienza. Nella fisica quantistica (principio di Heisenberg) è stata fondamentale la consapevolezza che se di una particella si può conoscere la quantità di moto non è possibile contemporaneamente conoscerne la posizione. Wittgenstein dal canto suo affermava che dal momento che tutta la conoscenza viene filtrata dalle percezioni umane, limitate ed imperfette, per forza di cose ogni conoscenza è relativa alle esperienze sensibili per l’uomo.

Citando appunto Wittgenstein:

“Se un leone potesse parlare non lo capiremmo comunque”

Dopo queste brevi e semplici considerazioni riporto il racconto “Nel bosco” di Ryunosuke Akutagawa (da Rashōmon e altri racconti, TEA, 2002, Milano, http://it.scribd.com/doc/57284949/Akutagawa-Rashomon-Nel-Bosco) che è un esempio in letteratura di come uno stesso evento possa essere descritto da punti di vista completamente diversi e contraddittori tra di loro, ma con un grado di coerenza interna ineccepibile.

Ryunosuke Akutagawa

-Nel Bosco-

Racconto di un boscaiolo che risponde al giudice.

Si, sono stato io a trovare quel cadavere. Stamattina come sempre sono andato alla montagna dietro casa mia per tagliare dei cipressi. Allora nel bosco frale montagne ho trovato quel cadavere. Dove l’ho trovato? Pressappoco alla distanza di cinquecento metri dalla strada per Yamashina. È un posto solitario dove si trovano magri cipressi in mezzo ai bambù. Il cadavere con il kimono blu e la mitra di fattura elegante giaceva supino. Aveva ricevuto un solo colpo ma si trattava di una ferita al cuore. Le foglie di bambù intorno al cadavere sembravano tinte di legno di sappun. No, non perdeva più sangue. Anche la ferita sembrava giù secca, e ad essa si era attaccata una mosca cavallina con insistenza come se non sentisse neanche il mio passo. Non c’era la spada o qualcos’altro in giro? No, non c’era niente. Solo alla base di un cipresso c’era una corda. Poi – sì, oltre alla corda c’era anche un pettine. Intorno al cadavere c’erano soltanto queste due cose. Però, dal fatto che l’erba e le foglie di bambù erano calpestate dappertutto, immagino che quell’uomo prima di morire debba aver reagito duramente. Come? Non c’era un cavallo? In quel posto i cavalli non riescono ad avvicinarsi, comunque bisogna attraversare un bosco per arrivare al sentiero dove possono passare.

Racconto di un bonzo itinerante che risponde al giudice.

Quell’uomo, ora cadavere, certamente l’ho incontrato ieri. Ieri – forse era mezzogiorno. Mentre andavo a Yamashina partendo da Sekiyama, quell’uomo veniva a piedi verso Sekiyama insieme con una donna a cavallo. Non ho potuto vederla in faccia perché portava un velo. Quel poco che ho potuto vedere erano i colori del suo kimono che sembravano autunnali. Il cavallo poteva essere storno e la sua criniera era rasata. La sua altezza? Era forse centotrenta centimetri. Essendo un predicatore non me ne intendo molto. L’uomo – si, aveva non solo una spada ma anche un arco. In particolare mi ricordo ancora molto bene che c’erano venti frecce da combattimento nella faretra laccata nera. Non pensavo affatto che quell’uomo sarebbe finito in questo modo. Certo la sorte di un uomo è imprevedibile. Comunque, povero lui, non so cosa dire.

Racconto di un informatore 1 che risponde al giudice.

L’uomo che ho arrestato? È certamente il famoso bandito Tajōmaru. Quando l’ho arrestato, forse era caduto da cavallo, gemeva dolorosamente sul ponte dalla parte di Awata. Di che ora si trattava? Ieri sera, non molto tardi. Come l’altra volta quando non riuscii a prenderlo, aveva lo stesso kimono blu e la spada con delle incisioni. Ma ora, come vedete, oltre alla spada ha anche l’equipaggiamento da arciere. Ho capito. Lo stesso che aveva l’uomo ora cadavere – allora deve essere Tajōmaru quello che l’ha ucciso. Suppongo che l’arco fasciato di cuoio, la faretra laccata nera e diciassette frecce con le piume di falco era tutto quello che quell’uomo aveva con sé. Sì, aveva anche un cavallo che, come dite, era storno con la criniera rasata. Era proprio il suo destino cadere da quella bestia. Il cavallo stava brucando delle piante poco più in là del ponte di pietra lungo la strada, trascinando una lunga redine. Questo Tajōmaru ha un debole per le donne più degli altri ladri della città. Nell’autunno dell’anno scorso quando furono trovate uccise sulla montagna che sta dietro la statua del Budda del tempio Toribe una donna sposata e la sua giovanissima serva che venivano per pregare, si diceva che fosse lui il colpevole. Se fosse stato lui a uccidere quell’uomo non si sa cosa avrebbe fatto alla donna che stava sul cavallo storno. Non vorrei essere troppo indiscreto, ma pregherei di considerare anche questo elemento.

1 Condannato a pena minore che veniva messo in libertà per servire come informatore di polizia con potere di arrestare persone sospette.

Racconto di un’anziana che risponde al giudice.

Si, quel cadavere è l’uomo che mia figlia sposò. No, egli non era della capitale. Era un samurai del capoluogo della provincia di Wakasa. Si chiamava Takehiro di Kanazawa e aveva ventisei anni. No, avendo un carattere così gentile non poteva essere oggetto di qualche vendetta. Mia figlia? Il suo nome è Masago e ha diciannove anni. Sebbene ella abbia un carattere forte quanto quello di un uomo, non ha mai avuto una relazione con uomini tranne che con Takehiro. La sua piccola faccia ovale è di carnagione scura e all’angolo dell’occhio ha un neo. Ieri Takehiro era partito con mia figlia per Wakasa, ma che disgrazia finire in questo modo. Ora però sono veramente in pensiero per mia figlia. Potrei rassegnarmi per mio genero, ma lei dove si trova? Vi prego con tutto il mio cuore di cercare mia figlia fino in capo al mondo. Quanto odio quel ladro che si chiama Tajōmaru. Non solo mio genero ma anche mia figlia…(si mette a piangere).

Confessione di Tajōmaru.

Sono stato io ad uccidere quell’uomo. Ma non ho ucciso la donna. Allora dove è andata? Non lo so nemmeno io. Ma, aspettate. Anche se mi torturaste non potrei rispondere quello che non so. Poi ormai non ho intenzione di nascondere niente. Ho incontrato ieri quella coppia poco dopo mezzogiorno. In quel momento un soffio di vento ha sollevato il velo della donna facendo vedere di sfuggita il suo viso. Alla sfuggita – appena l’ho visto era già scomparso – tanto fugacemente da farmi sembrare di aver visto una santa buddistica. Roprio in quell’attimo ho deciso di possedere la donna anche se avessi dovuto uccidere l’uomo. No, non è stato difficile, come pensate, uccidere un uomo. Per possedere una donna il suo uomo sarà sempre ucciso i qualche modo. Solo che io uso la spada per ucciderlo e voi usate il potere, il denaro o le parole suadenti invece della spada. Certo così non si vede il sangue né un morto – ma lo uccidete lo stesso. Se dovessimo giudicare chi è il più colpevole moralmente io o voi, non sarebbe facile dirlo (sorriso ironico). Se però potessi possedere la donna senza uccidere il suo uomo non avrei nulla da dire. Proprio quella volta avevo deciso di prenderla possibilmente senza uccidere. Dunque, non potevo mettermi in azione sulla strada per Yamashina. Così ho cercato di farli andare verso la montagna. Non è difficile anche questo tipo di manovra. Quando li ho incontrati per la strada e mi sono messo a camminare con loro ho raccontato che in quella montagna, che si vedeva davanti a noi, c’erano delle rovine dove avevo trovato tanti specchi e tante spade, che avevo poi nascosto segretamente nel bosco dietro la montagna e che avrei venduto tutti fino all’ultimo a buon prezzo se qualcuno avesse voluto comprarli. A poco a poco l’uomo si era lasciato convincere dal mio racconto. Poi, guardate, non è terribile il potere dell’avidità? – non era passata nemmeno un’ora e io e quella coppia eravamo già sul sentiero della montagna. Quando siamo arrivati davanti al bosco ho detto loro di venire a vedere il tesoro nascosto lì dentro. L’uomo, spinto dall’avidità, non poteva non essere d’accordo. Ma la donna, senza nemmeno scendere dal cavallo, ha detto che avrebbe aspettato nel punto dove si trovava. Era abbastanza logico che ella dicesse così perché il bosco era molto fitto. Per la verità avevo già previsto questo e sono entrato nel bosco con l’uomo lasciando la donna sola. Per un pò c’erano solo bambù. Ma dopo cinquanta metri è apparsa una macchia di cipressi. Non c’era nessun posto più adatto per portare a termine il mio piano. Mentre andavo avanti aprendomi la via tra i rami gli ho mentito di aver nascosto il tesoro sotto un cipresso. L’uomo, invogliato dalle mie parole, si è precipitato verso i magri cipressi che si cominciavano a vedere. Dove i bambù si facevano più radi e cominciavano i cipressi – appena sono arrivato, di colpo, l’ho aggredito. L’uomo aveva una notevole forza, adeguata a uno che porta la spada, ma essendo sorpreso non ha potuto reagire. Subito si è trovato legato alla base del tronco di un cipresso. La corda? Grazie al mestiere di rapinatore, la tengo sempre a pronta al mio fianco perché mi potrebbe capitare in qualunque momento di dover attraversare un fossato. Una volta che ho riempito la sua bocca con le foglie di bambù per non far uscire la sua voce non rimaneva più nessuna altra complicazione. Quando ho finito di sistemare l’uomo sono tornato dalla donna dicendo che egli improvvisamente si era sentito male, e che ella doveva venire a vederlo. Inutile dire, anche questa trappola ha funzionato. Ella si è tolta il cappello con il velo ed è entrata nel bosco lasciandosi condurre per mano da me. Ma quando ella è arrivata  e lo ha visto legato in fondo al cipresso – appena l’ha visto, sorprendendomi, ha sguainato il suo pugnale lucente che teneva in seno. Non avevo mai visto una donna così audace. Se in quel momento non fossi stato attento mi avrebbe fatto fuori con un solo colpo al fianco. Oppure anche cercando di schivare i suoi colpi pazzi avrei potuto essere ferito. Ma io sono Tajōmaru, e senza trarre la spada, con uno sforzo, sono riuscito a far cadere il suo pugnale. Per quanto la donna fosse audace, la sua preda le era sfuggita. Alla fine ho potuto possederla come avevo desiderato, senza uccidere l’uomo. Senza uccidere l’uomo – così. Anzi non ne ho avuto nemmeno l’intenzione. Ma quando ho deciso di fuggire dal bosco lasciando la donna che buttata a terra piangeva disperatamente, all’improvviso ella ha afferrato il mio braccio come una pazza. Gridando a tratti, affannosamente, diceva che se doveva portare con sé il suo disonore davanti a due uomini era peggio che morire e quindi chiedeva che uno di noi due morisse. È arrivata a esprimere il desiderio di vivere con l’uomo rimasto vivo – anche questo lo diceva ansimando. In quell’istante mi è venuta una grande voglia di uccidere l’uomo (frenesia grave). Se vi dico questo mi giudicate certamente più brutale di ogni altro. Ma è così perché non l’avete vista in faccia. Quei suoi occhi focosi di quel momento! Quando li ho incontrati ho desiderato sposarla anche a costo di essere colpito dal fulmine. Sposarla – ho pensato solo questo. Non era un semplice piacere sessuale come si potrebbe credere. Se non avessi avuto altro che un piacere sessuale sarei scappato di certo anche prendendola a calci. Allora sì che quell’uomo non sarebbe finito sotto la mia spada. Ma quando ho osservato il profilo di lei in mezzo al bosco poco luminoso, ho deciso di non andare via da quel posto finché non lo avessi ucciso. Per ucciderlo però non volevo essere vigliacco. Ho slegato la corda dell’uomo e gli ho ordinato un duello con la spada (la corda trovata ai piedi del cipresso era stata dimenticata in quest’occasione). Egli, infuriato, appena ha sguainato una grossa spada si è lanciato furiosamente contro di me senza nemmeno dire una parola. Non sarà il caso di dire come è finito il duello. La mia spada ha toccato il suo cuore al ventitreesimo assalto. Ventitreesimo assalto – non lo dimenticate, prego. Io lo ammiro ancora ora soltanto per questo fatto. Sulla terra è l’unico che ha resistito più di venti assalti con me. (sorriso compiaciuto). Quando è caduto l’uomo, mi sono voltato verso la donna tenendo in mano la spada sporca di sangue. Allora – sentite, la donna era sparita. Per trovarla ho cercato tra i cipressi. Ma nemmeno sulle foglie di bambù non c’era la minima traccia di lei. E se tendevo gli orecchi, sentivo solo l’agonia nella gola dell’uomo. Può darsi che appena cominciato il duello sia scappata in mezzo al bosco per chiedere aiuto a qualcuno. Quando ho pensato questo ho perso la mia calma e in tutta fretta ho rubato all’uomo la spada e l’arco e sono tornato sul sentiero di prima, dove si trovava ancora il cavallo della donna che mangiava l’erba in pace. Raccontare quello che è avvenuto dopo sarebbe superfluo. Solo una cosa, prima di entrare in città mi sono disfatto della sua spada. La mia confessione è tutta qui. Perché sono consapevole che il mio capo sarà appeso al ramo di un albero di fronte alla prigione, sarei lieto se mi condannate alla massima pena (comportamento spavaldo).

Confessione di una donna arrivata al tempio di Kiyomizu.

… l’uomo in un kimono blu scuro, una volta che mi ha posseduta ha riso con disprezzo guardando mio marito legato (Quanto gli sarà dispiaciuto! Sebbene egli cercasse di liberarsi dalla corda girata tutt’intorno al suo corpo, il suo movimento non serviva a nient’altro che a stringerlo sempre di più). Impulsivamente mi sono gettata contro di lui. No, ho solo cercato di gettarmi contro di lui. Ma in un attimo l’uomo mi ha buttata a terra con i calci. Proprio in quel momento ho visto negli occhi di mio marito nascere un bagliore atroce. Atroce – quando mi tornano in mente quegli occhi mi viene ancora un brivido.  Mio marito che non riusciva a dire una sola parola, ha trasmesso tutto il suo cuore attraverso quegli occhi. Il bagliore però non era né di rabbia né di tristezza – era una gelida luce che mi disprezzava soltanto. Abbattuta non dai calci che ho preso dall’uomo, ma dalla luce di quegli occhi, inconsciamente ho gridato qualcosa e sono svenuta. Quando mi sono ripresa non c’era più l’uomo dal kimono blu scuro. Era rimasto solo mio marito legato ai piedi del cipresso. Appena ho potuto sedermi sulle foglie di bambù ho guardato il suo viso. Ma il bagliore dei suoi occhi non era cambiato affatto. Come prima vi si leggeva ancora odio e gelido disprezzo. Vergogna, tristezza, rabbia – non so come esprimere quello che sentivo dentro di me in quel momento. Mi sono alzata in piedi malamente e mi sono avvicinata a lui. “Mio caro, ormai non posso più vivere con voi. Sono pronta a morire. Però – però dovete morire anche voi. Avete visto il mio disonore. Non vi posso lasciare vivo da solo”. Gliel’ho detto con tutto il mio ardore. Nonostante ciò egli continuava a fissarmi con disgusto. Con il cuore che stava per scoppiare ho cercato la spada di mio marito. Non solo la spada ma anche l’arco, che saranno stati presi da quel ladro, non si trovavano più nel bosco. Per fortuna ho trovato sotto i miei piedi almeno il pugnale. Quando l’ho alzato gli ho ripetuto: “Ora prendo la vostra vita. E subito dopo vi seguo”. Quando mio marito ha sentito queste parole finalmente ha mosso le sue labbra. Poiché la sua bocca era riempita di foglie di bambù non è uscita nessuna voce. Ma appena ho visto le sue labbra ho capito ugualmente. Con disprezzo mi ha detto una sola parola: “Uccidimi” Ho infilato a fondo il pugnale nel suo petto attraverso il suo kimono blu come se stessi sognando. Forse di nuovo ho perso conoscenza. Quando ho guardato intorno, mio marito, sempre legato, non respirava più. Dal cielo, dove i cipressi stendevano i loro rami fra i bambù, cadeva un filo di luce del tramonto sulla sua faccia pallida. Ho slegato la corda che avvolgeva il cadavere trattenendo il pianto. Poi – poi cosa ho fatto? Non ho più il coraggio di raccontare. Sì, mi è mancata la forza di morire. Ho tentato varie cose: infilarmi il pugnale in gola o buttarmi nel laghetto ai piedi della montagna, ma poiché non sono ancora riuscita a morire, non dovrei nemmeno vantarmi di questi fatti (sorride con tristezza). Sono così vile che anche quel benevolo santo buddista che mi protegge forse mi ha abbandonata. Ora cosa dovrei fare, io che ho ucciso mio marito e sono stata posseduta da un bandito? Cosa… io… (improvvisamente singhiozza).

Racconto di uno spirito che parla attraverso una medium.

…una volta che quel bandito è riuscito a possedere mia moglie, seduto accanto a lei si è messo a confortarla. Io non potevo parlare. Ero legato ai piedi del cipresso. Però tante volte ho cercato di mandarle un segno attraverso i miei occhi. Non devi ascoltare quello che dice l’uomo, non crederlo – volevo farle capire più o meno queste cose. Ma mia moglie, seduta sulle foglie di bambù, avvilita, guardava solo insistentemente le sue ginocchia. Mi è sembrato che ella stesse ad ascoltarlo con attenzione. Mi torcevo dalla gelosia. Il bandito continuava a parlare senza tregua: “Ora che ti sei macchiata, sarà difficile andare d’accordo con tuo marito. Non vuoi diventare mia moglie piuttosto che vivere in discordia con lui? Poiché mi sei stata cara ho fatto con te una cosa simile – persino questo egli si è messo a dire sfacciatamente”. Quando ella lo ha sentito ha alzato il viso, incantata. Non l’avevo mai vista così bella prima di allora. Ma la mia bella moglie, davanti a me, legato, come gli ha risposto? Anche se ormai sono uno che vaga nel Chùu1 ogni volta che mi torna in mente la sua risposta, non posso fare a meno di sentire una vampata d’odio. Ella gli ha detto proprio così: “Portatemi dovunque volete” (lungo silenzio). La colpa di mia moglie non consisteva soltanto in questo. Se si trattasse solo di questo non soffrirei tanto come ora in questo buio. Quando ella stava per andare via dal bosco, inebriata, lasciandosi tirare la mano dal bandito, all’improvviso ha perso il colore del suo viso e mi ha indicato ai piedi del cipresso: “Uccidete quell’uomo. Finché egli sarà vivo non potrò venire con voi”. Ella ha gridato ripetutamente, come una pazza: “Uccidete quell’uomo”. Ancora adesso questa parola, simile a una tempesta, mi butta  giù lontano in fondo nel buio. Quando mai è uscita dalla bocca di un essere umano una parola così crudele? Quando mai abbiamo sentito una parola così maledetta? Quando mai? (all’improvviso una risata strepitosa). Quando l’ha sentita anche il bandito ha perso il colore del suo viso. Gridandogli “Uccidete quell’uomo” ella ha afferrato il suo braccio. Egli fissando il suo sguardo non ha detto che mi avrebbe ucciso né che mi avrebbe lasciato vivo. Poi in un baleno ella era sulle foglie di bambù buttata giù con un calcio (nuova risata strepitosa), mentre egli incrociava le sua braccia in silenzio iniziando a guardarmi. “Cosa vuoi fare della donna? Ucciderla o salvarla? Basta che tu mi faccia un cenno con il capo. La uccido? Solo per questa frase vorrei perdonare la colpa di quel bandito (nuovo lungo silenzio). Mentre esitavo un momento, ella è scappata rapidamente in fondo al bosco appena dopo aver gridato qualcosa. Immediatamente egli ha cercato di acchiapparla ma non è riuscito a sfiorarle nemmeno una manica. Io assistevo a questa scena come a una visione. Quando ella è scomparsa, egli ha preso la spada e l’arco e ha tagliato solo un punto della corda intorno a me. “Ora tocca a me” mi ricordo che ha bisbigliato scomparendo dal bosco. È calato il silenzio tutto intorno. No, è rimasto ancora il pianto di qualcuno. Ho testo gli orecchi mentre slegavo la corda. Forse era proprio il mio pianto? (per la terza volta, lungo silenzio). Finalmente ho alzato il mio corpo stanco morto dalla base del cipresso. Sotto i miei piedi luccicava il pugnale lasciato da mia moglie. L’ho preso e l’ho infilato nel mio cuore, deciso. Mi veniva su dalla gola un flusso denso. Ma non sentivo nessun dolore. Man mano che il cuore perdeva il suo calore, aumentava il silenzio intorno. Che silenzio! Nemmeno un uccello veniva a cinguettare fino a quel cielo sopra il bosco nascosto dietro la montagna. Solo le tristi ombre si muovevano dietro i cipressi e i bambù. Le ombre scomparivano a poco a poco. Non si vedevano più i cipressi e i bambù. Ero steso là in mezzo al silenzio profondo. In quel momento mi si è avvicinato qualcuno trattenendo i suoi passi. Ho cercato di individuarlo. Ma intorno a me c’era già il buio. Qualcuno — la sua mano, in silenzio, mi ha strappato il pugnale dal cuore. Di nuovo dalla gola mi saliva del sangue. Poi senza ritorno sono caduto nel buio del Chùu…

                                                                                                                                                                                                                                                    (gennaio 1922)

1 II periodo di attesa prima di essere reincarnato.

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Info piellebi
Neurologo e Psichiatra. Scrittore di Haiku

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