Natura e fascino ambivalente della “cattiveria”

In questo articolo mi piacerebbe descrivere in modo molto semplice il concetto di “cattiveria” e della sua relazione con i concetti di ambivalenza, ambiguità e scissione, che caratterizzano inevitabilmente la natura umana. Ciò che lega in maniera indissolubile alcuni aspetti antinomici del nostro essere,  sono ad esempio la coesitenza del cosiddetto “bene” e “male”.

La struttura del post è costituita dall’inserimento delle definizioni di scissione e ambivalenza così come descritte in Wikipedia, e dal riportare in esteso un interessante articolo di Riccardo Dalle Luche e Simone Bertacca sul fascino dell’ ambiguità.

Come conclusione un mirabile passo di Proust dalla Recherche (Dalla parte di Swann) sull’inestricabile inscindibilità e interdipendenza tra bene e male .

La scissione [http://it.wikipedia.org/wiki/Scissione_(psicologia)%5D è un concetto psicoanalitico (in tedesco Spaltung) relativo ad un meccanismo di difesa che consiste nello “scindere”, separare, disgiungere in modo netto le qualità contraddittorie (o ritenute tali), ma conviventi dell’Io o dell’oggetto. È un meccanismo di difesa primitivo, proprio dei primi mesi di vita, che nell’adulto  può presentarsi in varie forme di psicosi. Se, ad esempio, ci rapportiamo ad una persona ritenuta “amica”, che rivela un aspetto di sé che non condividiamo o un comportamento che ci ferisce, può capitare che arriveremo a scindere le qualità “buone” della persona da quelle “cattive”, per non rinunciare al nostro oggetto di relazione (“trasformato” in un oggetto buono e nettamente distinto da quello cattivo, svalorizzato). In altri casi si può valorizzare l’oggetto cattivo, le qualità sgradite della persona amica, negando fortemente la componente accettata ed amata. Alla base della scissione sta, dunque, un meccanismo arcaico che tende a non tollerare la componente contraddittoria della realtà affettiva, e mirata evolutivamente alla ricerca di relazioni “buone”, gratificanti, senza far scoraggiare l’individuo di fronte ad esperienze frustranti. La scissione è un meccanismo di difesa con una funzione adattiva per il bambino e che, nell’adolescenza e nell’età adulta, opera una separazione di qualità dell’oggetto o dell’Io, pur non compromettendo l’esame di realtà. Trattandosi di un meccanismo di difesa arcaico, che nasce in senso evolutivo, la scissione può presentare (in alcuni casi e con un impiego massiccio e rigido) aspetti fortemente maladattivi.

 

Per ambivalenza (http://it.wikipedia.org/wiki/Ambivalenza) si intende la compresenza di emozioni sia positive che negative nei confronti di uno stesso oggetto, di una stessa persona o la stessa idea, ma anche lo stato di chi presenta pensieri e azioni che si contraddicono a vicenda, come nel caso di sentimenti di amoreodio per qualcuno o qualcosa. Il termine deriva dalla combinazione delle parole latine ambi (entrambi) e valentia (forza, capacità). Si usa comunemente anche in situazioni in cui una persona si trova in uno stato di confusione o incertezza o, in maniera impropria, per esprimere indifferenza e apatia, o mancanza di giudizio, piuttosto che la compresenza di giudizi fra loro in contraddizione.

 

 

Il fascino discreto dell’ambiguità. Abbozzo di una tipologia di personalità

Note su uno stile invariante di personalità

Riccardo Dalle Luche*, Simone Bertacca**

*Resp. SPDC ASL 1 Massa e Carrara

**Dir. Medico SERT Parma

 

Testo modificato della relazione presentata IX Conferenza internazionale sulla conservazione e la preservazione: i beni immateriali. Aula Magna Rettorato, Università di Firenze, 9/12/2004

 

Riassunto

La strategia dell’ambiguità può essere transitoriamente messa in atto da molti individui nel contesto di dinamiche relazionali conflittuali, ma rappresenta anche uno stile di comportamento a lungo termine che definisce alcune personalità (“personalità ambigua” secondo Bleger, “soggetti di malafede” secondo altre concettualizzazioni psicoanalitiche). In questi individui la strategia ambigua risponde alla necessità di mascherare ad oltranza un’impotenza affettiva, identitaria o di altro tipo, attraverso una pratica imitativo-mimetica, unilateralmente confidenziale, che attiva profonde proiezioni idealizzanti nel partner. Al fondo di questa strategia si colloca l’assenza di un’affettività profonda e differenziata, in cui coesistono in modo con-fuso e non scindibile gli atteggiamenti fondamentali di amore e di odio; questo si evidenzia chiaramente nelle reazioni ambivalenti del partner dell’ambiguo, rivolti proprio al “chiarimento” della natura amorosa o ostile (libidica o tanatotropica) della relazione. Lo svelamento di questa strategia è intollerabile per l’ambiguo che si vede costretto o alla fuga o alla soppressione del testimone dei suoi deficit, cioè alla distruzione della relazione.

Per questo tipo di personalità, che si definisce come un crocevia di fenomenologie cliniche diverse (dalle patologie del falso sé, alla diffusione dell’identità, all’instabilità affettiva “borderline”, al ritiro schizoide, ala diffidenza paranoide, alle strategie passivo-aggressive), gli autori propongono alcuni criteri definitori utili per il loro riconoscimento sia nel contesto della pratica clinica quotidiana che, soprattutto, della gestione psicoterapeutica.

 

Summary

 

Ambiguity is a relational style which functions preventing the discrimination between truthfullness and lie, trust in reality and certainty of illusion. Although it is a common interpersonal strategy, it may characterize some personalities in the long term. They has been defined in psychoanalytic contexts as “ambiguous personalities” (Bleger) or in reference to the philosophical concept of “bad faith”. These subjects hide some personal (affective or identity-related) deficits establishing looking like strong dual relationships with the use of mimetic, confidential, seductive and adhesive attitudes that arouse deep projective idealizations in their partners, but mask undifferentiated attitudes of love and hate. These reveal themselves in form of faulty acts or inability to take firm decision or to support the partner in the course of shared conflicts; these behaviours compel the partner to become ambivalent in order to make clear the loving or hating nature of the relation. When the ambiguous strategy is revealed, the ambiguous person can only escape or suppress the witness of his/her deficits, in both cases destroying the relationship.

These relational dynamics may be considered as a pathways of different clinical phenomenologies such as “as if” personalities, identity diffusion, “borderline” affective instability, schizoid withdrawal, paranoid suspicion, passive-aggressive behaviours. The authors suggest some descriptive criteria to identify these individuals both in clinical and in psychotherapeutic contexts.

 

Definizione

Normalmente siano abituati a pensare e quindi filtriamo la realtà, secondo il principio che ci sia cioè un rapporto univoco tra percezione e conoscenza, vale a dire che le cose e le persone, siano quello che sembrano. L’esistenza delle figure ambigue (che, a seconda della messa a fuoco, rappresentano alternativamente oggetti diversi), delle illusioni percettive (miraggi) e degli inganni della conoscenza (ideali illusori, teorie false ritenute vere etc.) non mina la nostra fiducia nel relazionarsi ed intenzionare il mondo così com’è, così come appare.

Ambiguo è “quello che può venire inteso in vari modi o prestarsi a diverse interpretazioni, dando luogo di conseguenza a dubbi, incertezze o confusione”3.

In genere l’ambiguità viene definita dal punto di vista dell’osservatore. Un soggetto è ambiguo quando può venir compreso in vari modi e il suo comportamento può dare adito a “diverse interpretazioni, generando di conseguenza dubbi, incertezze o confusione”. Ma per il soggetto che manifesta ambiguità non c’è dubbio, né incertezza, né confusione3.

Sul piano psicologico e interpersonale il problema posto dal comportamento ambiguo di una persona, è che esso si colloca esattamente nella dimensione intermedia tra la fiducia nell’apparenza e la certezza dell’illusione e dell’inganno; se sapere di potersi fidare o di essere ingannati da un partner consente di prendere le adeguate contromisure, di fronte alla sua ambiguità si è costretti ad oscillare tra aspettative proiettive positive o negative: l’ambiguità genera pertanto necessariamente ambivalenza.

L’ambiguità di una persona alla quale si è legati da un legame affettivo intenso (o, in generale, da un rapporto di dipendenza) suscita un’indeterminatezza ansiosa particolarmente intensa, talora insostenibile, dubbi e interrogazioni destabilizzanti che necessitano di essere dissolti ma non possono esserlo. Il soggetto ambiguo infatti per sua natura resta contraddittorio, sfuggente e indefinito per l’osservatore, sia nei suoi comportamenti che nelle sue comunicazioni, sia per quanto attiene le sue motivazioni.

E’ proprio questo sfuggire alla possibilità di circoscrivere un soggetto ambiguo facendo riferimento ai criteri definitori dei disturbi di personalità oggi riconosciuti2, a portare a considerare proprio l’ambiguità il tratto caratteristico di una tipologia di personalità e a ricercarne i contrassegni (Merkmale in senso schneideriano16) sui piani descrittivo e comportamentale, cosa che rappresenta lo scopo di questa nota.

 

Ambiguità “normale” e “patologica”

Se esaminiamo l’ambiguità da un punto di vista psicologico, se ne possono distinguere due tipi. Il primo può essere considerato “normale”, è infatti semplicemente uno stile cinico che nasce dalla necessità di mantenere un potere (politico o economico, di leadership, legato alla bellezza, all’intelligenza, al sex appeal etc..) nel contesto di una determinata relazione. Il secondo, al contrario, appare meno comprensibile, talora incongruo rispetto ad un contesto, perché nasce dalla necessità soggettiva, per chi lo attua, di difendersi dalla percezione di una mancanza di potere legata a qualche difetto personale, di coprire cioè uno stato di bisogno, impotenza o inadeguatezza segreto, non ammesso e comunque non svelabile.

Nel primo caso l’ambiguità

Consente di mediare e dilazionare i conflitti che nascono quando un legame affettivo si instaura in un contesto gerarchico asimmetrico, in cui uno dei due partners ha un rapporto di sudditanza o di dipendenza. L’ambiguità di chiunque abbia o eserciti un po’ di potere non leva mai la speranza in chi da questo potere dipende, sia attesa di carriera, di amore, di ruolo, anzi la attiva e mantiene chi vi sottostà in una sorta di limbo in cui l’altro non è del tutto riconosciuto né del tutto messo da parte, non è né promosso né perduto, né presente né assente: è una caratteristica di un qualsiasi tipo di rapporto (asimmetrico) di dominio che non viene né espresso né smascherato, che, se può comunque generare e mantenere ansia e scatenare reazioni ambivalenti, non ha necessariamente una valenza psicopatologica.

Ma

Per quanto possa manifestarsi transitoriamente in quasi tutti gli esseri umani in determinate, particolari e transitorie situazioni, l’ambiguità può però essere o divenire uno stile difensivo cronico e praticamente inattaccabile, una sorta di maschera che implica l’assenza o la dissimulazione di sentimenti autentici e profondi, oppure la coesistenza non espressa di sentimenti relazionali ambivalenti, cioè, in ogni caso, una difettività cronica sul piano interpersonale5 significativi. Pochi individui in realtà sono ambigui in tutte le loro relazioni adulte, e si tratta proprio di coloro che non ne hanno alcuna coscienza perché non possono assumere un punto di vista alternativo (critico) rispetto a se stessi. Chiunque ne abbia incontrato uno nella propria vita, ne conserverà una memoria indelebile. In questo senso l’ambiguità può essere considerata un tratto caratteristico di talune personalità ed essere anche proposto come nucleo descrittivo di una vera e propria tipologia nel senso sia di Kurt Schneider17, sia di un “disturbo di personalità” in accordo alla definizione generale del DSM-IV-TR2.

 

La “personalità ambigua”: un modello psicoanalitico

Josè Bleger,, uno psicoanalista argentino post-kleiniano, hainvece, assunto descritto e definito negli anni ’60 sotto il titolo di “personalità ambigue” una peculiare organizzazione relazionale regressiva e difettiva che può sottostare a numerose fenomenologie cliniche e che è generativao di intensa ambivalenza in chi ne è oggetto. Bleger è stato il primo ad accorgersi che il concetto psicopatologico di ambivalenza, includeva anche una condizione strutturale differente definita in linea con la metapsicologica post-kleiniana.

Bleger3 definisce da un punto di vista psicoanalitico “personalità ambigue” quelle che utilizzano una particolare organizzazione , regressiva e costante nel tempo, a lungo termine della personalità caratterizzata dalla tendenza a creare legami sicretico-fusionali con modalità indifferenziate o indiscriminate (p. 227).

“(…) un soggetto ambiguo (..) appare all’osservatore come un insieme di elementi o di comportamenti irrimediabilmente contraddittori (e che provocano confusione), ma egli non si sente né confuso nè contraddittorio (….) l’ambiguità non è confusione, ma il persistere o il regredire ad uno stadio di primitiva fusione o di indifferenziazione (sincretismo) che caratterizza i primi abbozzi dell’organizzazione psicologica (…) (posizione glischro-carica): il soggetto ambiguo non è arrivato a delineare delle contraddizioni, né a discriminare termini diversi: questi sono per lui equiparabili, equivalenti o coesistenti.” (ibid. p. 210)

La carenza della struttura dell’Ioegoica e di un’identità ancorata ad oggetti interni stabili porta questi soggetti ad instaurare legami col partner più vicino in ogni diversa situazione, creando una molteplicità di identificazioni non sedimentate, contemporanee e contraddittorie per l’osservatore esterno, ma non per chi le operamette in atto, che non appare non in grado di percepire la contraddittorietà dei propri comportamenti.

“L’io della personalità ambigua è un io estremamente mutevole e non è interiorizzato come un io definito o “cristallizzato”; è “sovrapposto”, fuso (con gli oggetti) e il soggetto ambiguo può accettare e fare rapidamente proprie idee, attitudini diverse che appartengono a diversi oggetti, senza avvertire confusione o contraddizione. Quello che interiorizza non è un io, ma una fusione io/non io.” (ibid., p.222).

Spesso le personalità ambigue hanno, secondo Bleger, una struttura necessariamente ipoevoluta, dovuta ad un deficit di internalizzazione delle figure edipiche ed una carenza di una identità personale forte e stabile; questi soggetti agiscono prevalentemente su base imitativa e conformistica, sulla base dei modelli appresi di ciò che “si deve fare”, che vi credano o no. Si adattano dunque mimeticamente alle situazioni e possono anche interpretarle in modo apparentemente perfetto, cosa che li rende, in un primo momento, dei partners e dei collaboratori esemplari,. Ma si tratta di modalità non interiormente elaborate; come le personalità “come se” secondo N. Ross (cit da Bleger3, p.264), il

“loro comportamento è un semplice mimetismo, basato su un’identificazione molto primitiva; (..) non passano dal periodo dell’imitazione a quello successivo dell’identificazione vera e propria; non acquisiscono la capacità di interiorizzazione e falliscono nella formazione del super-io”; il comportamento di questi soggetti diventa caleidoscopico e riflette “le personalità degli individui con cui entrano in contatto” (Ross, ibid.), “vivono nella mera fatticità, nell’artificiosità di ruoli alterni mutevoli (…) manca un’identità stabile, non ci sono persone ma personaggi. (..). Per quanto riguarda il loro assetto cognitivo, non riescono a pensare sul momento, rimandano a più tardi il pensiero, quando sono lontani dalla situazione, rispondono spesso “vedremo”. Hanno spesso una “coscienza offuscata” che non è confusione ma mancanza di coscienza di sé, in contrapposizione alla coscienza del mondo. Gli affetti non vengono vissuti, perché non sono configurati come un vissuto e si esprimono direttamente nell’esteriorità o nell’azione.”

Le personalità ambigue, di cui una rappresentazione tanto caricaturale quanto psicologicamente perfetta è il Leonard Zelig, the camaleont man del capolavoro di Woody Allen1 (le cui multiple personalità sono nient’altro che l’epifenomeno dell’atteggiamento strutturalmente ambiguo di fondo), possono presentare vari gradi, a seconda della quantità dei “nuclei granulari” scissi che tendono a fondersi mimeticamente con i partner e le situazioni connesse, facendo apparire il soggetto, in quel contesto, come assolutamente adeguato.

Questa struttura personologica assomiglia ma deve essere differenziata da altre strutture di personalità (personalità isteriche, as if, borderline, schizoidi) che intrattengono una pericolosa vicinanza con le forme psicotiche, la più pura delle quali è rappresentata dalla tipologia della schizofrenia simplex (Bleger), ed anche con tutta l’area dei disturbi legati alla menzogna, alla falsità, alla malafede, alla manipolazione, fino alle fenomenica delle cosiddette “personalità multiple”, infine, per certi aspetti, al typus melancholicus come delineato da Tellenbach e dopo di lui, da Kraus.Tuttavia Appare molto difficile discriminare clinicamente (cioè senza riferirsi a concetti metapiscologici) questi soggetti, di fronte a cui si coglie, come diceva Helene Deutsch8 riferendosi alle personalità “come se”, qualcosa di artificiale, di non autentico, che fa chiedere all’osservatore che cosa c’è che non va in loro e suscitano il sospetto che nascondano segreti profondi e misteriosi, non comunicabili.

 

Fenomenologia dell’ambiguo

La tipologia degli ambigui è ben esemplificata da personaggi di molti romanzi di Moravia12, come Carla ne “Gli indifferenti“, Marcello ne “Il conformista“, Cecilia ne “La noia“, e da quello di Odette de Crecy, come si dipana nel corso della “Recherche du temps perdu” di Marcel Proust14; Lord Alfred Douglas, il partner distruttivo di Oscar Wilde, come viene da lui descritto nel “De profundiis20, ne costituisce un “tipo puro”.

La rivelazione sconvolgente della loro identità diffusa, indistinta, vissuta come naturale, non finalizzata ad un progetto ben preciso, ed adattativo e costruttivo a lungo termine, secondo una logica superficiale della convenienza, del capriccio e dell’occasionalità e perfino del caso, ma soprattutto del continuo compenso delle carenze “inconsce” (o dei deficit non mentalizzati o mentalizzabili) di cui sono portatori, è in genere sconvolgente per chi la osserva ma, se sufficientemente coperta e tutelata dal loro stile sfuggente e furtivo, adattativa funzionale a lungo termine per molti di loro.

L’ambiguo non è governato da sentimenti profondi e stabili ma frammentati perché legati invariabilmente alla sensazione di gratificazione e di protezione che in un dato momento una certa situazione o relazione può dargli. Anche se non è propriamente un soggetto “interessato” (cioè mosso da motivi di pura convenienza materiale) si salda immediatamente con le situazioni o relazioni che lo rassicurano e non gli richiedono di mettere in giuoco le sue carenti capacità affettive ed identitarie. L’ambiguo, in una parola, è un individuo “profondamente superficiale“, come si definisce la pesciolina seduttiva in “Shark Tale18.

Raramente è possibile trovare una certa consapevolezza nelle personalità ambigue che, nel momento in cui sono confrontate con i conflitti che creano, reagiscono con modalità molto confuse, “immediate”, artificiali, a volte emotivamente discontrollate, ma senza mai poter prendere un vero e proprio insight, una vera e propria consapevolezza su se stesse. E’ l’osservatore invece ad avere intense reazioni di fronte ai loro improvvisi e inattesi cambiamenti comportamentali che generano talora iniziale incredulità, uno stupore perplesso, “lasciano di stucco”4 e, successivamente, impongono la necessità di rivedere criticamente l’evoluzione di questo rapporto per ristrutturare la loro immagine (internalizzata dai partners) di fronte all’incredibile mutamento della relazione il rapporto. Spesso questi improvvisi viraggi inducono il partner a ricercare, indagare, scoprire e svelare nei soggetti ambigui rapporti simili in altri contesti, “altre identità”, la presenza contemporanea di modi di pensare, percepire e sentire antitetici o comunque non compatibili con quelli mostrati nella relazione originaria. Il vissuto di assenza di coerenza, di tradimento, di falsità, di inautenticità successivo allo svelamento dell’ambiguo, viene poi rafforzato dalla mancanza di conflittualità interne a queste personalità che, anche se confrontate con la loro incoerenza, tendono a minimizzarla, come se non fosse successo niente. L’ambiguo non riconosce alcuna contraddizione nell’assumere posizioni antitetiche a seconda delle situazioni e del “punto di vista”.

Se non si dispone di un resoconto esteso della sua esistenza, spesso frutto di testimonianze esterne, o di una vera “investigazione poliziesca”4, che mostra negli anni e nei decenni, continue problematiche di identità che sfociano in numerosi e ripetuti fallimenti relazionali, è impossibile individuare queste personalità nella fase del loro attaccamento sincretico-granulare.

La seduttività è dunque una componente essenziale delle personalità ambigue, che sono immediatamente ciò che l’altro significativo si attende da loro nel momento in cui lo incontrano;, si plasmano sulle esigenze di quello dando vita a relazioni apparentemente perfette, confidenziali (anche se a senso unico, nel senso che suscitano nell’altro il desiderio di raccontarsi, senza farlo mai loro stesse). Si presentano sempre come persone leali, totalmente prese da un’unica situazione; se confrontati con la propria inaffidabilità possono perfino sentirsi offesi.

Non si può del resto dire che questi soggetti “mentano” consapevolmente. Paradossalmente, se mentissero, non sarebbero “ambigui”, ma semplicemente degli “psicopatici” che attivano i loro nuclei ambigui per una ben precisa finalità (una convenienza, una questione di “interesse”). Il loro stile predilige invece l’omissione, la mezza verità, il depistaggio e l’insabbiamento, figure retoriche e strategie comunicative che utilizzano sistematicamente con destrezza e con modalità quasi preriflessive. Perciò lasciano sempre il dubbio sulla loro sincerità e, trincerandosi dietro un fastidio sdegnato di fronte ad ogni richiesta di chiarimenti, danno l’impressione di una pura esigenza di riservatezza. L’ambiguo è comunque egosintonico perché sente di essere sempre giustificato nelle sue azioni delle quali vede soltanto il lato positivo.

Vive serenamente nella totale indefinizione di ciò che prova. Non solo “non fa sapere” ma “non sa” ciò che prova. E’ un Proteo che non si trasforma per non dare risposte, ma perché non le sa3. Piuttosto (o oltre che) avere dei segreti conserva delle “aree segrete”, dei “nuclei non nati”17 . Non organizza la propria vita emotiva attraverso categorie e gerarchie di valore affettivo: non investe su un “seno” che può essere “buono” o “cattivo”, ma semplicemente su un seno inteso come un semplice apparato anatomico nutritivo. I suoi sentimenti sono sensazioni elementari e non divengono mai affetti continuativi. La sua unica possibilità è quella di adeguarsi ad una “normalità” consensuale attraverso l’imitazione (ecco perché spesso è un individuo “formale”, “educato”, mai “spontaneo”, talora addirittura caricaturale, cosa che gli ingenera il terrore di divenire ridicolo). La normalità dell’ambiguo, come scrive Moravia12 ne “Il conformista” “è non avere idee quasi su niente”.

I compiti sociali naturali (fare una famiglia, avere un partner stabile etc.), che presuppongono una chiara identità interiorizzata, sono per lui qualcosa di esterno e sostanzialmente di estraneo a cui deve adattarsi, di cui deve dimostrarsi capace, ma che in effetti non gli appartengono e, quindi, non possono essere mantenuti adeguatamente nel tempo. Anche valori simpatetici quali la fedeltà, l’affidabilità e la lealtà gli sono estranei e tutt’al più ostentati e rap-presentati conformisticamente.

L’assenza di una progettualità solida e a lungo termine rende la temporalità di questi soggetti sempre provvisoria. L’ambiguo prende tempo, guadagna tempo, è un temporeggiatore in ognuna delle sue relazioni. La temporalità evolutiva non esiste per lui, abituato piuttosto a “transitare” da una “situazione” (piuttosto che da una relazione) ad un’altra semplicemente per i maggiori benefici che gli sembra possa trarne. Per questo gli unici momenti temporali definiti di una relazione di questo genere sono l’inizio e la fine. Il partner dell’ambiguo, allorché la relazione viene chiusa, spesso inaspettatamente e improvvisamente a causa dello svelamento dell’ambiguità, si rende conto, una volta elaborata la delusione legata alle proprie istanze proiettive, di essere stato oggetto di una doppia predazione: da un lato di essere stato deprivato di tempo (il tempo non evolutivo, il tempo non veramente condivisdo progettualmente non è vero tempo), di amore, di energie, di impegno, dall’altro di diversi confrontare con il vuoto generato dalla mancanza delle cose che l’altro non gli ha mai effettivamente dato. Per questo le reazioni acute alla rottura di un rapporto con soggetti di questo tipo assumono più o meno marcate connotazioni paranoicali, e gli affetti positivi assumono tonalità del tutto antitetiche (l’amore diviene odio, l’idealizzazione disprezzo e così via).

Poiché non può mai legarsi davvero profondamente a niente e, soprattutto, a nessuno, paradossalmente non può neppure mai distaccarsene de-finitivamente, per cui, oltre a rendersi disponibile per ricongiungimenti e riprese del tutto imprevedibili di un rapporto in precedenza distrutto, si stupisce di non poter restare in buoni rapporti con gli ex partners dopo aver determinato la rottura: la fusione ed il sincretismo, nel senso di Bleger3, sembrano mantenersi eternamente, almeno a livello inconscio.

L’ambiguo, ovvero, l’uomo senza proprietà

Ulrich, il protagonista de” L’uomo senza qualità” (Der Man ohne Eigenshaft) di Robert Musil13, che acutamente Tatossian19 traduce “senza proprietà”, che molti intellettuali hanno assunto a prototipo dell’uomo del novecento, è invece un ottimo esempio di un soggetto la cui sostanziale dis-identità impedisce di assumere un qualsivoglia ruolo sociale, di interiorizzarlo, di farlo proprio e, nello stesso tempo, di instaurare relazioni affettive profonde e reali, eccetto forse quella regressiva e simbiotica, atemporale, con la sorella Agathe.

Questoa generale disturbo dell’identità e della capacità di comportarsi secondo modalità emotivo-affettivo-cognitive differenziate fa sì che questi soggetti, rigorosamente parlando, non vivano (non abbiano cioè dei vissuti chiari e intenzionali) quanto agiscano (aggirino cioè il confronto con la realtà, eludano la riflessione su un determinato problema imboccando strade alternative meno problematiche); si gettano cioè nella realtà come se essa potesse chiarire la loro”vera” dimensione interna, cioè stabilire ruoli ed identità chiari e autentici. Tuttavia nessuna identità può essere fondata su un agito, che di regola crea soltanto un’altra “fusione granulare”3 (pp.227 e sgg.): l’ambiguo può avere solo un’”identità apparente” e temporanea, rapporti transitori e irresoluti. L‘ambiguo insomma è vincolato a ruoli fittizi perché non ne ha alcuno autentico, almeno in un qualsiasi contesto sociale e interpersonale che implichi distinzioni e differenziazioni gerarchiche e di ruolo. In questo senso possono presentare sfumature simili ai soggetti psicotici, col loro caratteristico, strutturale deficit di identità di ruolo7 ed in effetti per essi si è anche parlato di “personalità psicotiche3, benché i loro radicali psicotici siano per lungo tempo resi inapparenti dal loro mimetismo imitativo.

Le personalità con marcati tratti di indefinizione e ambiguità possono essere estremamente affascinanti o, meglio, fascinanti, esercitanti fascinazione, perché sono recettori eccezionali di idealizzazioni e aspettative prima di trasformarsi in un telone totalmente bianco su cui proiettare tutte le delusioni di chi ne aveva subito il fascino discreto, mimetizzato, non appariscente. Spesso il loro corpo, soprattutto se attraente o prestante, è lo strumento utilizzato per instaurare i rapporti parassitari di cui necessitano, e quindi in un certo senso il loro unico riferimento identitario. Accogliendo e riflettendo le proiezioni dei partner instaurano apparentemente e precocemente una simbiosi. Chi li ama dà loro una identità, loro restituiscono i suoi sogni. Non c’è però un vero rapporto al di fuori del giuoco delle proiezioni e della loro riflessione. La vita con un ambiguo può inizialmente affascinare, inizialmente è assente la noia grazie alla sua plasmabilità .

La dimensione interpersonale è costruita più sul bisogno che sulla scelta. La dipendenza è centrale perché “dovuta “, in una sorta di narcisismo rovesciato che presto si ricentra sulla sua persona. Questo si rende evidente quando si chiede all’ambiguo di prendere posizione relativamente a qualcosa di comune. L’ambiguo infatti non sceglie, “si lascia” scegliere senza critica né valutazioni e principi di ordine etico (sono fondamentalmente amorali). Gli manca un “super-Io” che sostenga validi e adattativi sentimenti di colpa, non meramente convenzionali e formali. Deve infatti conservare solamente la sua apparenza, perché è tutto ciò che ha.

Questi soggetti sono insomma dei depositari dei problemi o dei desideri del partner, la loro indeterminatezza è un terreno su cui sembra attecchire qualsiasi pianta, assumono la forma che egli vuole, ma non esistono senza le sue proiezioni se non come individui privi di una reale identità. Questo fa sì che diventino facili prede di partner particolari, e soggetti di relazioni strutturalmente perverse con forti sfumature sadomasochistiche5.

Paradossalmente affermano la loro esistenza solo quando rompono improvvisamente un rapporto lasciando l’altro di stucco, preda del temporaneo vissuto di essere lui stesso “niente”. Si realizza così un rovesciamento della posizione strutturale iniziale del rapporto. La capacità di abbandonare il partner quasi senza alcuna sofferenza è l’unico potere dell’ambiguo, che egli può esercitare nel momento in cui inverte il rapporto di dipendenza. Tuttavia questo suo potere è, in ultima analisi, puramente distruttivo sul piano relazionale, e di fatto la vita di questi soggetti testimonia della incapacità di costruire relazioni stabili e costanti, senza che siano presenti la drammaticità inerente all’instabilità istrionico/borderline o la sofferenza autoespiativa del narcisista maligno.

Alla fine i soggetti ambigui, non avendo una reale identità, non hanno neppure una vera autobiografia, non sono in grado di raccontarsi come non sono in grado di rappresentarsi. Citando Liotti11, manca in loro la “dimensione interpersonale della coscienza”, poiché questa si struttura attraverso un complesso processo di mentalizzazione che elabora un reale, complesso e introiettato rispecchiamento con l’altro.

Le difese contro l’ambiguità

La persona ambigua è pericolosa, non tanto perché sia cattiva, quanto per i processi mentali che attiva nel partner, che deluderà/distruggerà più o meno lentamente, comunque inesorabilmente.

Il primo passo che deve effettuare il partner di una persona ambigua è riconoscerla come tale, attraverso un percorso spesso lungo e difficile di eliminazione della propria fiducia a priori verso l’apparenza della realtà che viene inscenata dall’ambiguo, e delle relative proiezioni idealizzanti: i primi indizi sono atti mancati, contraddizioni inspiegabili, la sensazione di qualcosa di misterioso nei loro comportamenti, l’impossibilità di decidere e prendere una posizione chiara in una situazione dualmente condivisa e dagli atteggiamenti che rendono perplessi e avviano il percorso di decifrazione dietro la mascheratura mimetica e formale del comportamento “normale” o “come se”. In questa fase vengono bruciate le tradizionali difese di fronte ad ogni “delusione” non ancora pienamente percepita, quali la rimozione, la repressione e il diniego, che sono convogliate obbligatoriamente verso un tentativo di scissione dell’ambiguità effettuabile solo dalla sua intolleranza10, cioè dall’ambivalenza.

Il partner dell’ambiguo diventa ambivalente per forzare l’altro ad un chiarimento, per comprendere la realtà effettiva del legame, oppure, al contrario, la sua deficitarietà. L’ambivalenza, come si vedrà nel capitolo successivo (Fenomenologia delle relazioni ambivalenti), può declinarsi in stati d’ansia, di momentanea depressione, tensione, aggressività ed anche violenza.

Il fallimento di ogni possibile chiarimento di fronte a personalità completamente pervase da atteggiamenti ambigui porta alla decisione del partner di separarsi da lui; tuttavia, per l’assenza di una relazione mentalizzata chiara e definita nell’ambiguo, per molto tempo il partner resta prigioniero di un’oscillazione confusa tra sentimenti antitetici, tra il desiderio di disfarsi di lui e quella di riaverlo nel suo splendore idealizzato. Il lungo processo di elaborazione della separazione dall’ambiguo alla fine deve risolversi nella sua eliminazione dal proprio spazio mentale, per l’impossibilità dell’ambivalenza di essere tollerata e tollerabile oltre un certo periodo6. Da parte sua l’ambiguo, nella sua cronica lotta per allontanare sé e l’altro dalla verità, per depistarlo9, non può tollerare di essere svelato; in tal caso ha solo due possibilità, quella di fuggire da una relazione, oppure/ovvero di sopprimere l’altro in quanto testimone dei suoi deficit reali che si mascherano dietro l’apparenza. In essenza la separazione dall’ambiguo può avvenire solo attraverso un reciproco processo di nientificazione: il partner “più sano” deve “far tornare ad essere niente” il partner ambiguo, ritirando le proprie proiezioni idealizzanti; quest’ultimo deve invece, sottraendosi al rapporto, “sopprimere il testimone” dei suoi deficit e così, almeno temporaneamente, salvarsi.

Se la separazione risulta tuttavia “praticamente impraticabile” (per fattori extra-relazionali e contingenti, come la condivisione di spazi abitativi, interessi comuni etc.), l’ unica difesa disponibile è l’ambiguità secondaria (divenire ambigui per non essere ulteriormente parassitati e contaminati dalle strategie ambigue primarie dell’altro),. oppure l’eliminazione dell’altro dal proprio spazio mentalecon i modi che saranno descritti nel successivo capitolo (Fenomenologie delle relazioni ambigue). In questo modo l’ambiguità ha in sé un potenziale infettivo e inflattivo, per cui chiunque ne sia venuto in contatto e ne sia stato contaminato, ne ha appreso in una certa misura le potenzialità distruttive basiche, inapparenti, sotterranee, furtive, di cui all’occorrenza, può farsi parte attiva.

 

Criteri tipologico-strutturali

Cercando di stabilire quindi dei criteri descrittivi per la definzione di una personalità più o meno pervasivamente ambigua, che spesso nella pratica clinica si colloca in un crocevia diagnostico in cui convivono le patologie del falso sé, il mimetismo e la manipolatività istrionici, la diffusione dell’identità e l’instabilità affettiva dei borderline, la necessità di continua approvazione e gratificazione del narcisista, il ritiro e la segretezza schizoide, la diffidenza e l’ipersensibilità del paranoide, le strategie passivo-aggressive, senza soddisfare gli altri criteri di ciascuno dei corrispondenti disturbi di personalità2, si può definire il “tipo puro” dell’ambiguo come un soggetto che :

1) non ha sentimenti profondi ed ha una scarsa capacità di differenziare quelli di amore e odio; questo rende i suoi attaccamenti superficiali, precari, instabili. Tuttavia dissimula mimeticamente la sua ambivalenza per aderire formalmente ad una determinata situazione che fornisce gratificazioni e vantaggi per lo più inconsci, in particolare rassicurazione e protezione. Di fatto la sua affettività è alquanto piatta e tende all’indifferenza; è sostanzialmente conformista e non idealista, nel senso che non agisce mai mosso da un ideale o da una presa di posizione etica importante. E’ il partner dell’ambiguo ad operare scissioni ambivalenti e a “sentire per lui” affetti differenziati proiettandoglieli, a sollecitare il suo affetto, a cercare spiegazioni e giustificazioni del suo comportamento che lui percepisce esclusivamente come ovvio e naturale, ragionevole e concreto;

2) il suo modo di funzionare è costante a lungo termine, anche se temporaneamente il suo mimetismo impedisce all’osservatore di rendersene conto perché consente un adattamento formale ineccepibile alle situazioni presenti e fa di lui un partner ed un collaboratore apparentemente ideale;

3) non entra in contatto empatico profondo con gli altri. Non ha la capacità di donarsi all’altro, di impegnarsi per l’altro, di provare amore profondo e gratitudine; prende molto più di quello che dà senza rendersene conto, né provare rimorsi o colpa. Per questo rischia di scompensarsi soltanto quando dovrebbe modificarsi mediante un riconoscimento dei bisogni profondi dell’altro, ma la percezione della necessità di cambiare, di porre in giuoco i propri difetti, attiva sentimenti persecutori inconsci che vengono percepiti come timore di impazzire o come paura del potere del partner, percepito avvertito come sovrastante, e quindi minaccioso e nemico; per questo il mantenimento di una relazione stabile profonda finisce per costituire una minaccia per la sua precaria e provvisoria identità ed essere percepito come distruttivo.

4) soffre solo quando si rende conto di non poter emulare le capacità del partner; questa percezione di incapacità scatena un’invidia profonda e non mentalizzata che lo spinge alla nientificazione del termine di paragone, cioè l’altro, che viene “ucciso” attraverso abbandoni improvvisi. Può quindi ferire profondamente, in particolare ignorando o distruggendo senza rendersene conto la dolcezza degli altri nei suoi confronti; questo aspetto deficitario si manifesta quando viene meno il suo adattamento mimetico e formale, con atti impulsivi la cui inopportunità o crudeltà non viene percepita ed anzi tende ad essere giustificata.

5) non ha una memoria affettiva persistente; questo gli consente di transitare rapidamente da una relazione o da una situazione ad un’altra senza particolare sofferenza, e di non sviluppare angosce di perdita, rimorsi, vissuti di colpa.

 

Bibliografia

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Proust da “La ricerca del tempo perduto” – Dalla parte di Swann

“…Certo, nelle abitudini di Mademoiselle Vinteuil l’apparenza del male era così compatta che sarebbe stato difficile trovarla, condotta allo stesso grado di perfezione, altrove che in un sadico; è alla luce della ribalta di un teatro di “boulevard”, piuttosto che a quella della lampada di un’autentica dimora di campagna, che è dato vedere una ragazza far sputare da un’amica sul ritratto di un padre vissuto soltanto per lei; e alla fine non c’è che il sadismo a dare un fondamento nella vita all’estetica del melodramma. Nella realtà, a parte i casi di sadismo, una ragazza potrebbe anche commettere, verso la memoria e le volontà del padre morto, mancanze non meno crudeli di quelle di Mademoiselle Vinteuil, ma non le riassumerebbe mai espressamente in un atto d’un simbolismo altrettanto ingenuo e rudimentale; quel che di criminale ci fosse nel suo comportamento resterebbe più velato agli occhi degli altri e persino agli occhi di lei, che farebbe il male senza confessarlo a se stessa. Ma, al di là dell’apparenza, nel cuore di Mademoiselle Vinteuil il male non fu, almeno all’inizio, disgiunto da altri moventi. Una sadica come lei è un’artista del male, ciò che una creatura interamente malvagia non potrebbe mai essere, perché il male non le risulterebbe più estraneo, le sembrerebbe del tutto naturale, non si distinguerebbe nemmeno dalla sua persona; e la virtù, la memoria dei morti, la tenerezza filiale, non proverebbe alcun piacere sacrilego a profanarle, perché non ne avrebbe il culto. I sadici della specie di Mademoiselle Vinteuil sono esseri così puramente sentimentali, così naturalmente virtuosi, che persino il piacere sensuale appare loro come qualcosa di malvagio, come il privilegio dei cattivi. E quando si concedono d’indulgervi per un momento, è nella pelle dei cattivi che si sforzano d’entrare e di far entrare il loro complice, così da avere per un poco l’il-lusione di evadere dalla loro anima tenera e scrupolosa per penetrare nel mondo inumano del piacere. E io capivo quanto lei l’avrebbe desiderato vedendo come le era impossibile riuscirci. Nel momento in cui si voleva così diversa da suo padre, quel che mi rammentava era il modo di pensare, di parlare del vecchio professore di piano.
Ben più della fotografia, quel che lei profanava, quel che metteva al servizio dei suoi piaceri ma che restava fra lei e loro e le impediva di gustarli direttamente, era la somiglianza del suo volto, gli occhi azzurri della nonna paterna che lui le aveva trasmessi come un gioiello di famiglia, quei gesti gentili che insinuavano fra Mademoiselle Vinteuil e il suo vizio una fraseologia, una mentalità che non erano fatte per il vizio e che le impedivano di conoscerlo come qualcosa di sostanzialmente diverso dai numerosi doveri di cortesia ai quali di norma si consacrava. Non era il male a darle l’idea del piacere, a sembrarle piacevole; era il piacere a sembrarle maligno. E poiché ogni volta che vi si abbandonava, s’accompagnava per lei a cattivi pensieri per il resto assenti dal suo animo virtuoso, il piacere finiva con l’apparirle come qualcosa di diabolico, identificandosi con il Male.
Forse Mademoiselle Vinteuil sentiva che, nel fondo, la sua amica non era cattiva, e che non era sincera quando le faceva quei discorsi blasfemi. Ma aveva almeno il piacere di baciare sul suo volto dei sorrisi, degli sguardi magari finti, ma analoghi nella loro espressione abietta e viziosa a quelli che avrebbe potuto trovare in una creatura, non di bontà e sofferenza, ma di crudeltà e piacere. Poteva immaginare, per un istante, di fare sul serio i giochi che avrebbe fatti con una complice tanto snaturata da provare veramente quei sentimenti barbari verso la memoria di suo padre.
Forse non avrebbe pensato al male come a uno stato così raro, così straordinario, così vertiginoso, dov’era così riposante rifugiarsi, se avesse saputo cogliere in se stessa, come in tutti, quell’indifferenza alle sofferenze da noi provocate che è, comunque la si voglia chiamare, la forma terribile e permanente della crudeltà…”

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Neurologo e Psichiatra. Scrittore di Haiku

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