La superficie dell’attimo

In questo post vorrei sottolineare l’importanza che ha il riverberarsi della condizione sociologica di riferimento di un contesto culturale nel determinismo di alcuni tipi di disagio psicologico e viceversa. Viviamo in un epoca dominata dalla tecnica, e impoverita per tale motivo sia di valori fondanti che di ricchezza di pensiero, sempre più disarticolato e telegrafico, automatico, come impongono le nuove forme di comunicazione. In particolare per le giovani generazioni, è possibile che in una dimensione psicologica caratterizzata dalla mancanza di speranza per il futuro in un universo “liquido”, si determini un ripiegamento dei propri comportamenti sul presente (patologia della presentificazione), con soddisfacimento immediato dei propri pseudo-bisogni, quasi sempre vissuti senza il desiderio della relazione con l’altro.

In questo senso parlerei di superficie dell’attimo, perché può esistere anche una sua profondità che avviene nel momento in cui un presente, anche se limitato, può essere condiviso emotivamente con l’altro.

I teorici del divenire sociale hanno analizzato i cambiamenti dl paradigma della costituzione delle soggettività (sia individuali che collettive) nel passaggio tra l’epoca moderna e quella post-moderna. Il sociologo Zygmunt Bauman ha paragonato il concetto di modernità e post-modernità rispettivamente allo stato “solido” e “liquido” della società. Nella modernità la morale rappresenta uno dei regolatori fondamentali dell’agire sociale attraverso la proposta di valori o leggi universali a cui nessun uomo ragionevole (la razionalità è caratteristica della modernità) può sottrarsi. Questa funzione regolatrice di un’unica morale viene persa nell’epoca post-moderna, perché la fine delle grandi ideologie del Novecento (pensiamo ad es. alla “morte di Dio” sottolineata da Nietzsche, all’indagine sull’inconscio effettuata da Freud, la scoperta della Relatività da parte di Einstein), ha reso impossibile la pretesa di verità assolute, e quindi ci troviamo in uno scenario abitato da tante morali coesistenti e da diversi punti di osservazione del mondo. Da qui la metafora della “liquidità”, contrapposta all’organizzazione sociale che si costituisce attraverso principi di valore solidi. L’uomo post-moderno è oramai privo di una morale sovraordinata – di un contenitore collettivo e quindi di un codice di comportamento sociale – assoluto e unico. L’incertezza è l’aspetto che lo caratterizza.

Allego a tale breve riflessione una serie di estratti dall’articolo di Valentina Fonte sul libro “L’ospite inquietante” del filosofo Umberto Galimberti pubblicato sulla Rivista Formazione&InsegnamentoCulture Formative: una questione di Sviluppo o di trasformazione? (2/2011: pp. 379-385)”, e una interessantissima intervista allo psichiatra di orientamento fenomenologico Giovanni Stanghellini su ciò che lega la psicopatologia dell’istante (come distorsione del vissuto di temporalità) al disturbo borderline di personalità, molto diffuso soprattutto tra i giovani.

Scrive la Valentina Fonte:

“…Ma lo zoom ora è sui giovani. Che “anche se non sempre ne sono consci, stanno male”, perché il nichilismo, “il più inquietante tra tutti gli ospiti” – per dirla con Nietzsche – “si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui…” ; Esso vuole lo spaesamento in quanto tale e, come sostiene Heidegger (…), non serve metterlo alla porta perché circola da tempo e ovunque, in modo silenzioso, invisibile. Occorre invece accorgersi di un ospite tanto insidioso e guardarlo bene in faccia. Giacché l’atmosfera nichilista del nostro tempo corrode i supremi valori e relega inesorabilmente sullo sfondo i concetti di individuo, identità, senso, libertà, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si è nutrita l’età pre-tecnologica. Si vive in un’epoca dominata da quello che appare come l’unico generatore simbolico di tutti i valori, il denaro, e da quelle che Spinoza chiama le “passioni tristi” (…), ove il riferimento è appunto alla mancanza di slanci, alla disgregazione e all’insensatezza, e di qui a un diffuso sentimento di impotenza (…). Non sorprende che in un simile scenario i giovani si sentano disincantati e sfiduciati, fatichino a reggere lo spazio vastissimo di libertà e di solitudine che li investe, si scoprano disinteressati alla scuola, emotivamente analfabeti, inariditi dentro…” ; “…Solo il mercato pare interessarsi a loro, per condurli sulle vie del divertimento e del consumo”, dove però – avverte Galimberti – “ciò che si consuma è la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa” . Ed ecco un’altra pesante ricaduta della cultura della crisi: il cambiamento di segno del futuro. Per le vecchie generazioni il futuro era una promessa, ora è una minaccia, è inquietudine. Se non c’è più un futuro, se nessuno sa far riscoprire il passato, tanto vale ripiegarsi narcisisticamente in una vita alla giornata, priva di concatenazione, in bilico tra l’approssimazione e il disincanto, tra la rassegnazione e l’accettazione di binari prestabiliti. “La mancanza di un futuro come promessa arresta il desiderio nell’assoluto presente” , e questo diviene a sua volta l’unica linea d’orizzonte, un assoluto da vivere con la massima intensità; ripiegati, appiattiti su di esso. L’intensità non procura gioia, ma “promette almeno di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso…” ; “…crescere sotto una tale minaccia inibisca processi fondamentali dell’età giovanile, come la formazione delle aspettative e del desiderio che guidano il naturale investimento nella vita quotidiana, e alimenti la fantasia di un disincanto assoluto, la “presentificazione” senza progetto, l’indifferenza emotiva o, per converso, l’eccesso emozionale.Contagiati da sentimenti sempre più profondi di precarietà e solitudine,condannati a una deriva esistenziale che li porta a vivere (anzi a sopravvivere) da abulici spettatori e consumatori, vittime di genitori che generalmente oscillano tra l’assenza colpevole e l’intrusione riparativa, i giovani si ritrovano “parcheggiati nella terra di nessuno”, dove il senso di Sé sbiadisce, dove non esiste più un noi motivazionale. Un afasico “nonluogo”, per citare Marc Augé, che così definisce quegli spazi prodotti dalla società della “surmodernità” che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici e che si contrappongono ai luoghi antropologici; spazi in cui numerose individualità si incrociano senza entrare veramente in relazione, sospinte o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane, o ancora di raggiungere porte di accesso ad un cambiamento (reale o simbolico). Nel “deserto emotivo” creato dal nichilismo, attecchiscono secondo Galimberti i fenomeni di devianza giovanile tristemente noti alle cronache: il bullismo nelle scuole, le violenze negli stadi, l’ecstasy e le altre droghe nelle discoteche, i sassi gettati dal cavalcavia delle autostrade, sino ai gesti più estremi di terrorismo politico, di omicidio e di suicidio…”

Ecco ora l’intervista di Giovanni Stanghellini:

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Neurologo e Psichiatra. Scrittore di Haiku

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