La pupilla del Signor Legrandin e gli “orecchi” di Aleksei Aleksandrovič Karenin

Riporterò qui di seguito due esempi letterari, uno  dalla Ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust (nel libro Dalla parte di Swann), ed un altro da Anna Karenina di Lev Tolstoj, che sono illuminanti sulla capacità di uno scrittore di cogliere con pochi tratti e con una descrizione molto accurata della fisionomia e delle caratterisiche fisiche di un personaggio, i suoi stati d’animo più profondi, sia quelli visibili che quelli ipotizzati. Difficilmente uno psichiatra riesce ad essere così acuto nel cogliere le sfumature spesso contraddittorie di una natura umana, perchè rimane intrappolato da categorie diagnostiche spesso vuote di contenuti.

Ma veniamo alle descrizioni:

“…Ma a quel nome Guermantes, vidi dentro gli occhi azzurri del nostro amico aprirsi una piccola fenditura scura come fossero stati trafitti da una punta invisibile, mentre il resto della pupilla reagiva secernendo fiotti d’azzurro. Il controno della palpebra si annerì, si abbassò. E la sua bocca segnata da una piega amara riprendendosi più rapidamente sorrise, mentre lo sguardo restava doloroso come quello di un bel martire il cui corpo è trapassato da frecce. “No, non li conosco ,” disse, ma invece di dare a un’infomazione così semplice, a una risposta così poco sorpendente il tono naturale e normale che conviene, lui la proferì calcando sulle parole, chinandosi, facendo cenni con il capo, con l’insistenza che si pone perché una notizia inverosimile venga creduta – come se il fatto che lui non conoscesse i Guermantes potesse dipendere da un caso singolare – e anche con l’enfasi di chi, non potendo tacere una situazione penosa, preferisce dichiararla pubblicamente per dare agli altri l’impressione che la confessione che fa non gli procura nessun imbarazzo, anzi, è facile, piacevole, spontanea…” 

Ancora:

“…Vicino alla chiesa c’incontrammo con Legrandin (…) Ci passò accanto,  non si interruppe dal parlare con la sua compagna, e con l’angolo del suo occhio azzurro ci fece un piccolo cenno in certo modo interiore alla palpebra e che, non interessando i muscoli del viso, potè passare assolutamente inosservato alla sua interlocutrice; ma cercando di compensare con l’intensità del sentimento il campo un poco angusto in cui ne circoscriveva l’espressione, in quell’angolo di turchino che ci era destinato fece scintillare tutto l’ardore della cordialità che oltrepassò la piacevolezza, rasentò la malizia, sottilizzò le delicatezze dell’amabilità fino agli ammicchi della connivenza, alle mezze parole, ai sottintesi, ai misteri della complicità; e finalmente esaltò le affermazioni d’amicizia fino alle proteste d’affetto, fino alla dichiarazione d’amore, illuminando allora per noi soli d’un languore segreto ed invisibile alla castellana, una pupilla innamorata in un volto di ghiaccio…”

Qui invece siamo a San Pietroburgo quando Anna Karenina scende dal treno dopo aver viaggiato con  Vronskij di ritorno da Mosca. La protagonista del romanzo prova qualcosa di simile ad un disturbo dismorfofobico nei confronti del marito accorgendosi di sue caratteristiche fisiche di cui non si era mai accorta prima, e strettamente legate alla iniziale fase di innamoramento con Vronskij. Ciò a dimostrazione che un particolare stato mentale ed emotivo può orientare e modificare sia l’integrità delle esperienze legate alla coscienza, che il sistema percettivo e ideativo.

“…A Pietroburgo, non appena il treno si fu fermato ed ella uscì, il primo volto che richiamò la sua attenzione fu il volto del marito. “Ah, Dio mio!, perché gli sono venuti gli orecchi così?” ella pensò, guardando la sua figura fredda e decorativa e particolarmente le cartilagini degli orecchi che ora l’avevano stupita, sostenenti le tese del cappello rotondo. Vistala, egli le andò incontro, atteggiando le labbra al sorriso canzonatorio che gli era abituale, e guardandola fissamente coi suoi grandi occhi stanchi. Una certa sensazione spiacevole le strinse il cuore, quand’ella incontrò l’ostinato e stanco sguardo di lui, come se ella si fosse aspettata di vederlo diverso. Particolarmente la stupì il sentimento di scontentezza di sé che ella provò all’incontro con lui. Quel sentimento era un sentimento di casa, a lei noto, simile allo stato di finzione che provava nei suoi rapporti col marito; ma prima ella non notava questo sentimento, adesso lo riconobbe chiaramente e dolorosamente…”

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Neurologo e Psichiatra. Scrittore di Haiku

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