Cos’è un Haiku ?

Lo Haiku è un genere poetico giapponese, in cui diciassette sillabe sono distribuite in tre versi, rispettivamente, di cinque, sette e cinque sillabe. Generalmente all’interno dei versi vi è una parola (kigo) che rappresenta un riferimento stagionale più o meno esplicito. La presenza umana o di emozioni, è per lo più sfumata o sfuggente, ma può essere accennata, come risonanza o sintonia di uno stato d’animo con la scena naturale descritta.

 

 

PRINCIPI ESTETICI DELLO HAIKU:

A) L’assenza di ego

Lo haiku è come un attimo di vita che diviene verso, e rappresenta il coagularsi di una intuizione estetica che è possibile solo quando l’autore, dopo un lungo apprendistato, riesce a scomparire per lasciare posto all’oggetto o all’evento descritto, in cui si possono concretizzare la leggerezza (karumi), la rapidità, l’esattezza e la visibilità di calviniana memoria.

La coincidenza o risonanza tra la natura e gli stati d’animo o sentimenti è sempre vissuta da parte dell’autore di haiku con uno stato che può essere descritto di mancanza di “egoità” (selflessness).

Spesso, l’unico riferimento all’esistenza di un “io” con un suo particolare stato d’animo, si può cogliere nei versi solo nel suo riverbero con un fenomeno naturale descritto.

Roland Barthes sottolinea il fatto che la peculiarità linguistica dello haiku è quella di dire “nulla”. Il verso ha la purezza, la sfericità e il “vuoto” di una nota musicale, che nel trasmettere sensazioni ed emozioni non è legata però a nessun “significato” particolare:

“Il tempo dello haiku è senza soggetto: la lettura non ha altro ‘io’ se non la totalità degli haiku di cui questo “io”, per una rifrazione all’infinito, non è che il luogo di lettura.”

Mentre l’uomo veniva descritto, inizialmente, come “soggetto non individuale” , in una perfetta fusione con la totalità del reale, la produzione contemporanea ha posto maggiormente l’accento su una sia pur sfumata descrizione di eventi personali, anche se inquadrati in una catena relazionale che li unisce al resto degli eventi naturali.

A questo proposito, una forma poetica affine allo haiku denominata senryu, ne riconosce le stesse regole metriche, ma ha dei contenuti più liberi rispetto agli haiku più tradizionali, ed in particolare ammette un maggiore spazio alle emozioni umane piuttosto che ai temi naturali.

Comunque sia, qualsiasi essere, oggetto, evento, sono tutti degni della stessa attenzione: nel mondo dello haiku non esiste qualcosa o qualcuno più importante di qualcos’altro.

Lo haiku non è una poesia di idee ma di cose, in una espressione immediata che non descrive, non declama, non giudica e non spiega, ma solamente presenta un’immagine.

Secondo Roland Barthes lo haiku non descrive, ma si limita ad immortalare un’apparizione, a fotografare un attimo, ed è per questo che tra le sue caratteristiche troviamo la brevità, la leggerezza e l’apparente assenza di emozioni secondo i canoni del buddhismo zen: “L’arte occidentale trasforma l’impressione in descrizione. Lo haiku non descrive mai: la sua arte è anti-descrittiva, e ogni stadio della cosa è immediatamente, caparbiamente, vittoriosamente trasformato in una fragile essenza di apparizione.”

 

B) Gli stati d’animo

Gli haiku rendono con molta efficacia la differenza sottile tra i cinque stati d’animo di sabi, wabi, aware, shibui e yûgen. Si tratta di concetti estetici propri della cultura giapponese, molto complessi, e strettamente associati al buddhismo zen, alla cerimonia del tè, e all’arte della scelta e della sistemazione delle pietre in un giardino zen (suiseki).

Nessuno di questi concetti può essere definito con precisione, né le qualità che essi esprimono possono essere osservate direttamente, perché rappresentano lo stato mentale sperimentato da chi si trova di fronte ad un esempio di una di queste arti.

Sabi può significare antico, sereno, classico, giunto a compimento, esperto. Può anche avere il significato di un’eleganza di qualcosa di antico, semplice, quieto e solitario. Negli haiku è rappresentato da un sentimento di quieta e intensa solitudine (nel senso buddhista di distacco), e da una visione delle cose come avvengono “di per sé” in miracolosa spontaneità. A questo stato d’animo si accompagna un senso di profonda, illimitata calma. Kiorai, grande teorico classico di haiku dà del concetto di sabi la seguente definizione “… è il colore del verso …” considerandolo come un elemento equilibratore dello haiku, che gli conferisce un atmosfera quasi malinconica, mai né troppo cupa, né troppo gioviale:

cade il nevischio:                                                                                  su di un ramo avvizzito

incommensurabile, infinita                                                                un corvo è appollaiato

solitudine                                                                                               nella sera d’autunno (Matsuo Bashô)

Wabi può significare malinconico, solitario, schivo, silenzioso, desolato, tranquillo, modesto, povero, semplice. Può anche significare una bellezza nella solitudine o di qualcosa di austero. La classica raffigurazione è quella di una capanna di pescatori abbandonata, lungo una spiaggia solitaria battuta dal vento in una grigia giornata invernale. Rappresenta la povertà temporaneamente interrotta dall’inatteso riconoscimento della “quiddità” delle cose più comuni, soprattutto quando un’oscura percezione del futuro ha momentaneamente annullato le nostre aspettative:

il picchio

insiste sullo stesso punto:

il giorno va morendo

Aware non è un sentimento di completa afflizione, e né di nostalgia nel comune senso del desiderio che ritorni un passato assai caro. Aware è la eco di ciò che è passato e che è stato amato, e rappresenta un luogo interno di risonanza dei ricordi. Questo sentimento può avere anche il significato di compassione, ma può anche rappresentare l’instabilità del momento di passaggio che sta tra la percezione della caducità del mondo, vissuta con rimpianto e amarezza, e la consapevolezza che si tratti della vera forma del Grande Vuoto del Buddhismo:

la caligine della sera;                                               il ruscello si nasconde         questo mondo come goccia di rugiada

pensando alle cose passate,                                 fra le erbe                                è forse una goccia di rugiada

come sono lontane                                                  dell’autunno morente            eppureeppure (Kobayashi Issa)

Shibui può significare composto, elegante, minimale, riservato, contegnoso. Si tratta di un concetto legato al buon gusto e può essere rappresentato da una raffigurazione di un oggetto semplice, ma comunque raffinato e caratterizzato da sfumature sottili.

Si usa in genere per descrivere una bellezza non materiale, indipendente dal tempo e dagli stili, poco soggetta al cambiamento dei valori sociali.

La quieta e pacata eleganza di una cerimonia del tè rende di buona misura il significato essenziale del termine.

tiny waterpearl                                                                 minuscola perla d’acqua

fragile touch of the morning                                         delicato tocco del mattino

on an autumnleaf                                                           su una foglia d’autunno (Gaby Bleijenbergh)

Yûgen, è un tratto essenziale dell’atmosfera presente in uno haiku. Il termine è composto da due caratteri, e gen. Il primo significa “vago” , “confuso” , “flebile” , “indistinto” , “nebbioso”; il secondo termine sta a designare i concetti di “occulto”, “misterioso” e “oscuro”. Si può quindi considerare come “profondità misteriosa” che sfugge più di tutti a una descrizione, e le poesie devono parlare da sole. Le classiche immagini di yûgen sono la luna che brilla dietro un velo di nubi, o la foschia del mattino che vela un paesaggio montano.

l’allodola:                                                        nella fitta nebbia                                           è primavera:

la sua voce da sola s’è spenta,                  che cosa si grida                                           una collina che non ha nome

senza lasciarsi dietro nulla                         fra il colle e la barca?                                  velata nel mattino (Matsuo Bashô)

Secondo D. T. Suzuki, chi si riferisce allo yûgen non perde di vista la concretezza della vita quotidiana. “Commetteremmo un grave errore se scambiassimo la nebulosità dello yûgen per qualcosa di empiricamente privo di valore o di significato per la nostra vita quotidiana. Si deve piuttosto ricordare che la Realtà, ovvero l’origine di tutte le cose, è una quantità ignota all’intelletto umano, ma che comunque possiamo sentirla nel modo più concreto.” Lo haiku esorta alla partecipazione, al godimento di qualcosa di ineffabile, mai totalmente rivelato che trae comunque spunto da un frammento di realtà. In questo modo è possibile intuire l’insondabile nelle sue diverse tonalità basilari.

Nello haiku è spesso presente il concetto di fûga, “gusto raffinato” o “spirito elegante” che ci fa cogliere il valore delle cose prossime, trasfigurandole in un sentimento di sublime, inaccessibile all’intelletto:

umi ni dete                            kogarashi kaeru                            tokoro nashi

vento sul mare

forte – ma non c’è luogo

    dove tornare (Yamaguchi Seishi)

Anche l’atmosfera che deriva dalla suprema quiete assimilabile ad un tranquillo stato meditativo (kanjaku), può essere trasmessa dai seguenti versi:

ein märzsonnenstrahl

kleine taube am teichrand

trinkt ihr spiegelbild

sole di marzo

-allo stagno un colombo

beve la sua immagine (Erika Akire Weber)

C) L’immediatezza e spontaneità: Universale e Particolare

Ai non giapponesi gli haiku possono apparire non diversi da un inizio o da un titolo di poesia, e spesso, per la cultura occidentale, questo genere poetico dà l’idea di qualcosa di abbozzato, d’incompiuto, talvolta persino di puerile.

In realtà, invece, l’arte del poeta giapponese è basata sull’accenno, spesso appena adombrato, e sulla metafora, cui è conferita la facoltà di suscitare nell’animo del lettore una imprevista e imprevedibile serie di immagini che si costruiscono a catena.

Secondo Andrea Zanzotto “Gli haiku hanno quasi l’aria di “scusarsi” dell’esserci , se l’esserci comporti una qualche violenza dell’essere-puro e sul lettore-puro, se comporti una seduzione troppo viscosa per darsi come eleganza, un giro logico che voglia catturare, vincolare, piuttosto che aprirsi appena in sollecitante enunciato, in ammiccante moto di palpebra.”

Roland Barthes sostiene che lo haiku avrebbe “una proprietà fantasmagorica, per cui ci si immagina sempre di poterne comporre da sé con facilità”. Il lettore può trasformarsi in autore, e viene abbattuta la tradizionale distinzione tra la sfera del piacere “passivo”, relativa alla mera fruizione, e quella “attiva” della composizione.

D’altra parte, non è facile comporre haiku, e paradossalmente la spontaneità e la naturalezza dei versi (tzujan) si ottiene solo dopo un rigido training. Si consideri questa composizione di Issa:

una grossa lucciola

in vibrante tremolio

s’allontana – penetrante

Questo haiku ha impegnato l’autore per parecchi mesi, anche se la stesura definitiva possa sembrare il risultato di una ispirazione istantanea. Issa è partito da uno spunto “immediato”, sottoponendolo poi, però, a una lunga e faticosa rielaborazione.

Un vero haiku dovrebbe trasmettere la “quiddità” delle cose, senza commenti, in accordo con una visione del mondo che in giapponese è denominata sonomama che può essere resa con “proprio com’è” o “proprio così”.

Solo quando l’autore è immediato e naturale, la composizione acquista il suo valore e il lettore può apprezzarla. Ciò può avvenire quando il poeta si cala nella realtà, contemplandola come un processo di una serie di eventi concatenati estremamente fluidi che rimandano all’ Unità sottostante di tutte le cose, ineffabile e misteriosa.

Nella poesia haiku ogni cosa è se stessa, e allo stesso tempo, qualcosa di altro, fino al punto in cui vengono parzialmente annullate le distinzioni tra i diversi momenti descritti: la totalità può essere sottolineata come unico modo per poter cogliere la successiva particolarità delle cose, e viceversa. La composizione del contemporaneo Nakamura Kusatao illustra questo principio:

formiche notturne

una si smarrisce – e

traccia un arco

D) Le stagioni: il fluire del tempo

Un aspetto fondamentale dello haiku è la presenza di una parola (kigo) che rimanda ad una particolare stagione. Può essere esplicita nei versi (primavera: haru; estate: natsu; autunno: aki; inverno: fuyu), ma più frequentemente il kigo è implicito e per metonimia viene indicato mediante la flora, la fauna, avvenimenti religiosi e popolari, oppure cibi, legati ad un periodo dell’anno.

Alcuni esempi di kigo:

Estate: salice piangente, libellula, cicala, ombra di fogliame verde, stagione delle piogge, peonia, lucciole, riposo pomeridiano, zappare, cuculo, grande arcobaleno, rosa, tuono, lucertolina, aranci in fiore, piccolo ragno, edera verde, mirtilli, ombrello bianco, palloncino, granchio.

Autunno: cachi, vento autunnale, airone, uva, melograno, castagne, via lattea, luna calante, fico, foglie rosse, aghi di pino, convolvolo.

Inverno: foglie cadute, foglie secche, neve, vento freddo, anatroccolo, nebbia, braciere, fine del freddo.

Primavera: aquilone, rana, fiori di ciliegio, pioggerellina, arare il campo, allodola, gatto in amore, pascoli aperti, malinconia primaverile (shunshû), anitre selvatiche, cinguettio, fiori che volano, farfalla, azalea, usignolo, verde.

L’utilizzo del kigo non è assoluto, ed esistono haiku che deliberatamente sono privi di qualsiasi riferimento stagionale (mu-kigo).

 

E) La parola e il silenzio (la forma e il vuoto)

La stessa unità che si potrebbe supporre all’interno di uno haiku, in realtà risulta essere frammentata, lontana da una organizzazione di discorso; un elemento dello haiku è infatti il kireji, manciata di sillabe che ha la sola funzione di creare una pausa, una vaga attesa.

Secondo Bashô in ogni haiku si libera la natura secondo le peculiarità di ogni singola stagione (i brusii, i colori, i sapori dei frutti, le sensazioni tattili od olfattive). Ma nella natura c’è anche una mutezza insondabile. Il fatto che la parola cada subito nel silenzio, giova alla parola, e l’apprezzamento un pò smarrito di un silenzio fondamentale interno allo haiku è reso possibile dalla rapidità della dispersione della parola.

Le sillabe kireji trasmettono emozione, quasi come un’interpunzione fonica o una pausa ad effetto, e rappresentano una battuta d’arresto nel significato.

In questo caso una cesura del senso crea un vuoto nella percezione estetica di chi legge, già immerso in una vaghezza di una lingua che non possiede generi, numeri, declinazioni.

Queste sillabe si situano alla soglia tra il livello semantico e quello puramente musicale-sonoro, creando l’effetto di un’attesa, oppure annunciando una conclusione:

La funzione di questo particolare genere di pausa è di creare una risonanza, o un effetto simile all’eco in uno spazio interiore o esterno.

Kana usata alla fine del verso indica una esclamazione ed un chiaro stacco; sottolinea la parola precedente e ne indica la centralità nella stesura dello haiku.

Ya usata alla fine del verso (molto spesso nel secondo o nel terzo) indica un’esclamazione che rimarca stupore e ammirazione, nonchè a volte, dubbio o interrogazione.

Keri usata sempre alla fine dello haiku, è indice di melanconia.

Kamo, usata alla fine del verso.

Il kireji non ha corrispettivo in italiano e non può essere tradotto a livello di significato. Si tratta di effetti ai quali si può dar voce tramite un segno d’interpunzione come un trattino “-“ o una virgola “,” (nel caso di ya); un segno di sospensione come una serie di puntini “…..”; un segno interrogativo “?” o esclamativo “!”; un punto “.” (nel caso di kana e/o keri).

Altri modi di creare una sorta di musicalità all’interno della composizione, sono l’utilizzo delle note tecniche dell’ “allitterazione” e dell’ “assonanza”.

Un altro elemento importante per la composizione di haiku è il cosiddetto shôryaku che in italiano potrebbe essere definito come un “salto logico-grammaticale all’interno del verso”. In pratica si tratta dell’omissione di termini altrimenti necessari in prosa, al fine di stimolare fantasia e reazione nel lettore. Secondo la definizione di Irene Iarocci si tratta di “quel silenzio ellittico, quella concisione all’osso che spezza ogni poemetto come in due parti” :

zakuro ga                                                     un frutto di melograno

kuci aketa                                                     bocca aperta che irride

tawaketa koi                                                 da quel mio insulso amore (Ozaki Hôsai)

 

kare ichigo                                                    lui – una parola

ware ichigo                                                    io – una parola,

aki fukami kamo                                          e incalza l’autunno (Takahama Kyôshi)

Nella sfera del linguaggio comune, lo shôryaku, per convenzione accettato da scrittore e lettore, rappresenta una mutua intesa a rendere inutili la coniugazione in persone del verbo, la distinzione tra maschile e femminile, singolare e plurale. Il perfettamente intuibile in giapponese (e quindi ricco in potenza di immagini o sensazioni appartenenti a quella cultura) dà luogo, in una lingua che esprime pensieri e reazioni di una cultura invece ben diversa come quella italiana, a un tentativo di smussatura del “salto”, spesso a una cucitura, e comporta nella traduzione l’inserimento di parole assenti nell’originale ma indispensabili per poter recepire in modo corretto le sensazioni intenzionalmente suscitate dall’autore.

 

F) La disposizione grafica dei versi come equivalente pittorico

Una particolarità della stesura di uno haiku è la possibilità che alla scrittura possano essere alternati sia ideogrammi cinesi (kanji) che segni alfabetici giapponesi (katakana o hiragana) che arricchiscono il testo poetico con un gesto pittorico. Ciò aiuta a rendere più vivida un’immagine visto che nelle traduzioni è difficile rendere l’effetto del suono e del ritmo delle parole.

Se non è possibile associare gli ideogrammi al testo si può tradurre l’effetto pittorico dell’hiragana, variando la disposizione grafica dei versi:

botan ichicben ichiben no ugoki-tsutsu                                 peonia,

     hiraki-tsutsu sugata totonou                                                         petalo a petalo

                                                                                                                      palpiti,

                                                                                                                ti apri,

                                                                                                       ti ricomponi         (Ogiwara Seisensui)

Difatti se il problema principale di un traduttore è quello di cogliere, in accordo con il significato, il ritmo e il movimento interno di uno haiku, cade l’assoluta unicità di una disposizione della traduzione su tre righe che va bene per haiku scanditi nel ritmo di tre parti.

Due righe, secondo il concetto di ikku-nissho (un’unità divisa in due), e grazie all’artificio dei monosillabi (“e…..e”), nel seguente haiku di Nakamura Kusatao:

kioku motazaru mono shinsetsu                                                             cose senza memoria,

     to tobu risu to                                                                                           e neve fresca e piccoli salti di scoiattolo

conferiscono al verso il desiderato effetto di allungamento.

Una sola riga, così:

tatami o aruku suzume no ashioto o shitte iru

familiare è il passettio del passero sul tatami (Ozaki Hôsai)

rende meglio la percezione della continuità del saltellare dell’uccellino.

Per quello che riguarda la regola della suddivisione in tre versi rispettivamente di 5-7-5 sillabe, abbiamo già sottolineato come alcuni autori di haiku giapponesi contemporanei non la seguono sempre in modo rigido (soprattutto gli esponenti della corrente più innovativa tra gli allievi di Masaoka Shiki, come Kawahigashi Hekigodô, Ogiwara Seisensui e Ozaki Hôsai, hanno uno stile improntato ad una maggiore libertà in questo senso), e lo stesso Bashô a volte non la rispettava.

Uno haiku di Ozaki Hôsai di 4-5-7 sillabe:

i-chi ni-chi                                                    tutto il giorno

mo-no i-wa-zu                                            senza parole

cho-o no ka-ge sa-su                                tra ombre di farfalle

Un autore californiano, Jane Reichhold, ha scritto diversi haiku in forma verticale, in cui ogni linea contiene una sola parola:

the                                                    la

tin                                                     capanna

cabin                                               di

listening                                          lamiera

to                                                      ascoltando

pine                                                  il

wind                                                 vento

its                                                      del

very                                                   pino

own                                                   come

planks                                              vero

                                                           pavimento

Nel suo libro The Haiku Anthology, Cor van den Heuvel ha scritto solo una parola nel mezzo di una grande pagina:

tundra

Questa parola per l’autore rappresenta uno haiku.

Robert Spiess editore della rivista Modern Haiku, scrive haiku in diverse forme e con una metrica libera rispetto alla suddivisione sillabica tradizionale. Ciò che risulta essere comunque distintivo rispetto ad una poesia tradizionale è l’atmosfera del “qui ed ora” in cui viene “catturato” un momento irripetibile:

forbearing                                                evitando

to take a branch                                     di prendere un ramo

in flower,                                                   in fiore

I bring you songs                                   io ti porto canzoni

of wild plums                                           di susino selvatico

braver                                                       audace

…..this winter                                           ….. questo inverno

than I                                                         – più di me –

…..the sparrows                                       …..i passeri

that seemed                                              che sembravano

…..so cheerless                                        …..così tristi

G) La struttura metrica dello haiku giapponese e italiano

La struttura del verso è semplice e concisa, ma non permette variazioni di fantasia: la scansione delle sillabe (almeno negli haiku che rispondono a canoni classici), è rigidamente regolata dall’obbligo di una metrica alla quale non ci si può sottrarre: 5-7-5.

Il conteggio delle sillabe in giapponese corrisponde al numero degli onji (segni grafici dell’alfabeto giapponese). La “n” costituisce un onji a se stante, mentre a noi potrebbe sembrare la chiusura di una sillaba. Non esistono dittonghi (salvo il caso della w seguita da a oppure da o), quindi vocali vicine si considerano come singoli onji; le vocali lunghe (contrassegnate da un trattino posto al di sopra, secondo il sistema Hepburn) equivalgono a due onji. Uno haiku giapponese è quindi costituito metricamente da 17 onji.

Nella lingua italiana però le cose cambiano e bisogna prestare attenzione al fatto che si devono considerare le sillabe poetiche:

mu-te cam-pa-ne (5 sillabe)

il tem-po che mi re-sta (7 sillabe)

è un a-qui-lo-ne (5 sillabe)

Infatti nel terzo verso, che ad una prima lettura parrebbe formato da 6 sillabe, le sillaba è si unisce foneticamente alla sillaba successiva un (“sinalefe”), formando un’unica sillaba èun, di modo che il verso contiene 5 sillabe e non 6.

In altri casi, quando i versi terminano con accento sdrucciolo (nel caso dello haiku che segue làcrime e zìngaro), è come se avessero una sillaba in meno, cioè 5 e 7 sillabe poetiche, anche se i primi due versi in effetti hanno rispettivamente 6 e 8 sillabe:

do-ve le là-cri-me, (5 sillabe)

se-re del mer-lo zìn-ga-ro, (7 sillabe)

do-ve le ri-sa ? (5 sillabe)

Nello haiku:

tra ra-mi in fio-re (5 sillabe)

il pas-se-ro vo-lò (7 sillabe)

li-be-ro al ven-to (5 sillabe)

si presenta un caso opposto al precedente: il secondo verso ha apparentemente 6 sillabe, ma poiché termina con un accento tronco (volò) poeticamente è come se avesse una sillaba in più, e cioè 7.

All’interno di ogni haiku presentato in questo libro è presente la classica suddivisione sillabica 5-7-5, ma il conteggio sillabico può essere di 2 tipi: nella maggior parte delle poesie secondo la metrica giapponese (senza tenere conto di accenti o sinalefe), in una piccola parte seguendo le regole metriche della poesia italiana, come esposto in questo paragrafo. Sono presentati sia haiku tradizionali (kigo) che con temi liberi.

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Neurologo e Psichiatra. Scrittore di Haiku

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