Il testo del viandante e la sua ombra di Nietzsche

Questo testo fa comprendere come il filosofo tedesco avesse intuito la presenza dell’ombra in modo imprescindibile in ogni esistenza, in ogni viandante:

 

Agire affinché ogni cosa buona diventi
bene comune e affinché tutto sia libero
per coloro che sono liberi.
F. Nietzsche, af. 87 de Il viandante e la sua ombra

L’ombra:

Giacché è tanto tempo che non ti sento parlare, vorrei dartene un’occasione.

 

Il viandante:

Parla – dove? e chi? è quasi come se sentissi parlare me stesso, solo con voce più debole della mia.

 

L’ombra

(dopo una pausa): Non sei contento di avere un’occasione di parlare?

 

Il viandante:

Per dio e per tutte le cose a cui non credo, è la mia ombra che parla: la sento, ma non ci credo.

 

L’ombra:

Accettiamolo e non pensiamoci oltre, tra un’ora sarà tutto finito.

 

Il viandante:

Pensai proprio così, quando in un bosco vicino a Pisa vidi prima due e poi cinque cammelli.

 

L’ombra:

E’bene che ambedue siamo ugualmente indulgenti verso di noi, se per una volta la nostra ragione tace: così anche nel nostro colloquio non ci adireremo e non metteremo subito le manette all’altro se la sua parola ci suonerà incomprensibile. Se proprio non si sa rispondere, basta già dire qualcosa: questa è l’equa condizione alla quale io mi intrattengo con qualcuno. In un dialogo un po’ lungo, anche il più savio diventa una volta pazzo e tre volte babbeo.

 

Il viandante:

Le tue modeste pretese non sono lusinghiere per colui al quale le confessi.

 

L’ombra:

Debbo dunque lusingare?

 

Il viandante:

Pensavo che l’ombra dell’uomo fosse la sua vanità: ma questa non chiederebbe mai: “debbo dunque lusingare?”.

 

L’ombra:

La vanità umana, se ben la conosco, non domanda neppure, come io ho già fatto due volte, se può parlare: parla sempre.

 

Il viandante:

Solo adesso mi accorgo quanto sono scortese nei tuoi confronti, mia cara ombra: non ho ancor neppure fatto parola su quanto mi rallegra di ascoltarti, e non solo di vederti. Lo sai, io amo l’ombra come amo la luce. Perché esistano la bellezza del volto, la chiarezza del discorso, la bontà e fermezza del carattere, l’ombra è necessaria quanto la luce. Esse non sono avversarie: anzi si tengono amorevolmente per mano, e quando la luce scompare, l’ombra le scivola dietro.

 

L’ombra:

E io odio quel che odi tu, la notte; amo gli uomini perché sono seguaci della luce, e mi allieta lo splendore che è nel loro occhio quando conoscono e scoprono, loro, gli infaticabili conoscitori e scopritori. Quell’ombra che tutte le cose mostrano quando su di esse cade il sole della conoscenza – io sono anche quell’ombra.

 

Il viandante:

Credo di capirti, anche se ti sei espressa in modo un po’ umbratile. Ma avevi ragione: i buoni amici si dicono talvolta una parola oscura, come segno d’intesa, che dev’essere un enigma per ogni altra persona. E noi siamo buoni amici. Perciò basta con i preamboli! Centinaia di domande premono il mio animo, e il tempo in cui tu potrai rispondervi è forse troppo breve. Vediamo su che cosa incontrarci in fretta e pacificamente.

 

L’ombra:

Ma le ombre sono più timide degli uomini: non dirai a nessuno come abbiamo parlato insieme!

 

Il viandante:

Come abbiamo parlato insieme? Il cielo mi guardi da lunghi ed elaborati dialoghi scritti! Se Platone avesse avuto meno gusto a elaborare, i suoi lettori avrebbero più gusto a lui. Un dialogo che nella realtà delizia è, se trasformato in scrittura e letto, un quadro con prospettive del tutto false: tutto è troppo lungo o troppo corto. – Tuttavia potrò forse comunicarti su che cosa ci siamo accordati?

 

L’ombra:

Questo mi basta; perché tutti vi riconosceranno solo le tue opinioni; nessuno si ricorderà dell’ombra.

 

Il viandante:

Forse ti sbagli, amica! Sinora nelle mie opinioni si è vista più l’ombra che me.

 

L’ombra:

Più ombra che luce? E’ possibile?

 

Il viandante:

Sii seria, cara matta! La mia prima domanda esige subito serietà!

 

L’ombra:

Di quel che hai detto, più di tutto mi è piaciuta una promessa: che volete ridiventare buoni vicini delle cose prossime. Questo tornerà a vantaggio anche di noi, povere ombre. Perché, ammettetelo, sinora ci avete calunniato anche troppo volentieri.

 

Il viandante:

Calunniato? Ma perché non vi siete difese? Avevate pur vicine le nostre orecchie.

 

L’ombra:

Ci sembrava appunto di esservi troppo vicine per poter parlare di noi stesse.

 

Il viandante:

Delicato! Assai delicato! Ah, voi ombre siete “uomini migliori” di noi, me ne accorgo.

 

L’ombra:

Eppure ci avete chiamato “importune” – noi, che almeno una cosa sappiamo fare – tacere e attendere – nessun inglese lo sa far meglio. £ vero, ci si trova molto, molto spesso al seguito dell’uomo, ma mai come sue schiave. Quando l’uomo fugge la luce, noi fuggiamo l’uomo: a tanto arriva la nostra libertà.

 

Il viandante:

Ahimè, tanto più spesso è la luce a fuggir l’uomo e allora anche voi lo abbandonate.

 

L’ombra:

Ti ho abbandonato spesso con dolore: a me, avida di sapere, tante cose dell’uomo sono rimaste oscure, perché non posso esser sempre intorno a lui. Pur di possedere una totale conoscenza dell’uomo, sarei volentieri la tua schiava.

 

Il viandante:

Lo sai tu, lo so io, se tu da schiava non diventeresti improvvisamente padrona? Oppure se tu rimarresti schiava ma, disprezzando il tuo padrone, condurresti una vita di umiliazione, di disgusto? Accontentiamoci ambedue della libertà, così come è rimasta a te – a te e a me! Giacché la vista di un essere non libero amareggerebbe le mie gioie più grandi; le migliori cose mi ripugnerebbero, se qualcuno dovesse dividerle con me, – non voglio sapere di schiavi intorno a me. Per questo non amo il cane, il pigro e scodinzolante parassita, che è diventato “cane” solo come servo degli uomini, e di cui essi sogliono addirittura decantare la fedeltà al padrone e il fatto di seguirlo come la sua. –

 

L’ombra:

Come la sua ombra, essi dicono. Forse anch’io oggi ti ho seguito per troppo tempo? E’ stato il giorno più lungo, ma ne siamo alla fine, abbi ancora un attimo di pazienza! Il prato è umido, ho i brividi.

 

Il viandante: Oh,

è già tempo di separarsi? E ho dovuto alla fine farti ancora male, l’ho visto: sei diventata più scura.

 

L’ombra:

Arrossivo, nel colore in cui posso farlo. Mi è venuto in mente che spesso sono stata ai tuoi piedi come un cane, e che tu allora –

 

Il viandante:

E, in tutta fretta non potrei farti ancora

 

L’ombra:

Nessuno, tranne quello che ebbe il “cane” filosofico davanti al grande Alessandro: togliti un poco dal sole, ho troppo freddo.

 

Il viandante:

Che debbo fare?

 

L’ombra:

Cammina sotto quei pini e guarda i monti: il sole tramonta.

 

Il viandante:

Dove sei? Dove sei?

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Neurologo e Psichiatra. Scrittore di Haiku

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