Qualche frase per pensare

“…Forse, tutto l’incolore chiacchiericcio senza senso che la nuova umanità senza passioni ripete continuamente, busserà alla porta del guardiano solitario in tutto il suo orrore, in tutta la sua illimitata assurdità, in quel momento, all’improvviso, quell’uomo comincerà a capire…” (Arthur Adamov: La confessione)

“Ogni uomo” , scrive Bion, “Deve poter ‘sognare’ un’esperienza mentre gli capita, sia che gli capiti nel sonno sia che gli capiti da sveglio…”

“…La morte ha inizio da quel ritaglio dell’infinita indeterminazione di senso che chiamiamo identità…” (Giacomo Marramao)

“…Una vita rallentata, fatta di impressioni così impercettibili che sembrano inesistenti…” (E.M. Cioran)

“…Visto che il mondo sta prendendo una direzione delirante è il caso di assumere un punto di vista delirante…” (Jean Baudrillard)

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La superficie dell’attimo

In questo post vorrei sottolineare l’importanza che ha il riverberarsi della condizione sociologica di riferimento di un contesto culturale nel determinismo di alcuni tipi di disagio psicologico e viceversa. Viviamo in un epoca dominata dalla tecnica, e impoverita per tale motivo sia di valori fondanti che di ricchezza di pensiero, sempre più disarticolato e telegrafico, automatico, come impongono le nuove forme di comunicazione. In particolare per le giovani generazioni, è possibile che in una dimensione psicologica caratterizzata dalla mancanza di speranza per il futuro in un universo “liquido”, si determini un ripiegamento dei propri comportamenti sul presente (patologia della presentificazione), con soddisfacimento immediato dei propri pseudo-bisogni, quasi sempre vissuti senza il desiderio della relazione con l’altro.

In questo senso parlerei di superficie dell’attimo, perché può esistere anche una sua profondità che avviene nel momento in cui un presente, anche se limitato, può essere condiviso emotivamente con l’altro.

I teorici del divenire sociale hanno analizzato i cambiamenti dl paradigma della costituzione delle soggettività (sia individuali che collettive) nel passaggio tra l’epoca moderna e quella post-moderna. Il sociologo Zygmunt Bauman ha paragonato il concetto di modernità e post-modernità rispettivamente allo stato “solido” e “liquido” della società. Nella modernità la morale rappresenta uno dei regolatori fondamentali dell’agire sociale attraverso la proposta di valori o leggi universali a cui nessun uomo ragionevole (la razionalità è caratteristica della modernità) può sottrarsi. Questa funzione regolatrice di un’unica morale viene persa nell’epoca post-moderna, perché la fine delle grandi ideologie del Novecento (pensiamo ad es. alla “morte di Dio” sottolineata da Nietzsche, all’indagine sull’inconscio effettuata da Freud, la scoperta della Relatività da parte di Einstein), ha reso impossibile la pretesa di verità assolute, e quindi ci troviamo in uno scenario abitato da tante morali coesistenti e da diversi punti di osservazione del mondo. Da qui la metafora della “liquidità”, contrapposta all’organizzazione sociale che si costituisce attraverso principi di valore solidi. L’uomo post-moderno è oramai privo di una morale sovraordinata – di un contenitore collettivo e quindi di un codice di comportamento sociale – assoluto e unico. L’incertezza è l’aspetto che lo caratterizza.

Allego a tale breve riflessione una serie di estratti dall’articolo di Valentina Fonte sul libro “L’ospite inquietante” del filosofo Umberto Galimberti pubblicato sulla Rivista Formazione&InsegnamentoCulture Formative: una questione di Sviluppo o di trasformazione? (2/2011: pp. 379-385)”, e una interessantissima intervista allo psichiatra di orientamento fenomenologico Giovanni Stanghellini su ciò che lega la psicopatologia dell’istante (come distorsione del vissuto di temporalità) al disturbo borderline di personalità, molto diffuso soprattutto tra i giovani.

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La pupilla del Signor Legrandin e gli “orecchi” di Aleksei Aleksandrovič Karenin

Riporterò qui di seguito due esempi letterari, uno  dalla Ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust (nel libro Dalla parte di Swann), ed un altro da Anna Karenina di Lev Tolstoj, che sono illuminanti sulla capacità di uno scrittore di cogliere con pochi tratti e con una descrizione molto accurata della fisionomia e delle caratterisiche fisiche di un personaggio, i suoi stati d’animo più profondi, sia quelli visibili che quelli ipotizzati. Difficilmente uno psichiatra riesce ad essere così acuto nel cogliere le sfumature spesso contraddittorie di una natura umana, perchè rimane intrappolato da categorie diagnostiche spesso vuote di contenuti.

Ma veniamo alle descrizioni:

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Cos’è un Haiku ?

Lo Haiku è un genere poetico giapponese, in cui diciassette sillabe sono distribuite in tre versi, rispettivamente, di cinque, sette e cinque sillabe. Generalmente all’interno dei versi vi è una parola (kigo) che rappresenta un riferimento stagionale più o meno esplicito. La presenza umana o di emozioni, è per lo più sfumata o sfuggente, ma può essere accennata, come risonanza o sintonia di uno stato d’animo con la scena naturale descritta.

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Ma quando lo “andiamo a cercare” siamo sicuri che l’ “Io” esista ?

 

L’articolo che riporto integralmente di Aldo Masullo rappresenta un interessantissimo esempio di come il sapere psichiatrico sganciato da conoscenze filosofiche possa rappresentare un tentativo onnipotente di spiegare tutto sulla natura umana.

Questo articolo ci dice invece che la natura umana è assolutamente ineffabile, più la si cerca con i mezzi del metodo scientifico più ci sfugge, mostrando invece il mistero di cui è costituita.

A proposito di questo articolo, riporto alcune frasi tratte dal bellissimo “Libro Nero” del premio Nobel Orhan Pamuk e che si riferiscono al concetto di mistero:

“…A fare del mondo un luogo misterioso è la presenza della seconda persona che ci portiamo dentro, con cui viviamo come un gemello…”

“…Il mistero rappresentava sempre il <centro> nascosto del mondo. Per cui, (…) osservando la perdita del concetto di <mistero> da parte di una cultura, si doveva desumere che anche le idee di questa cultura, private del <centro>, non avevano più un equilibrio…”

“…A rendere straordinario un fatto è il suo particolare modo di essere comune; a rendere comune un fatto è il suo particolare modo di essere straordinario…” ; “…Il mistero è sovrano, quindi trattatelo con gentilezza e rispetto…”

“…E’ soltanto quando non resta più nulla da raccontare che si arriva vicini a essere sé stessi. Solo quando i fatti da narrare si sono esauriti, quando si avverte nell’intimo un silenzio profondo perché libri, ricordi, storie e la stessa memoria si sono spenti, solo allora si può udire la propria vera voce, quella che può davvero farci emergere dagli abissi dell’anima, dal buio degli interminabili labirinti del nostro essere…”

A conclusione di questo post citerò una celebre frase dello psicoanalista Bion che chiarisce l’importanza dell’indefinitezza nel procedere con la parte oscura dell’essere umano:

“…Invece di provare a fornire una brillante, intelligente, bene informata illuminazione per chiarire i problemi oscuri, suggerisco di sperimentare una “diminuzione della luce”. Un penetrante raggio di oscurità, il reciproco del faro. L’oscurità dovrebbe essere così assoluta da raggiungere un assoluto vuoto luminoso. Così che, se in questa zona esistesse un qualche oggetto, paradossalmente si mostrerebbe molto chiaramente…”

 

 

“Io”: il fantasma dell’identità

 

 

Aldo Masullo

 

 

in AA.VV., L’ io mancante , a cura di P. Cantalupo, Firenze, Loggia dei Lanzi

Trattare la fenomenologia delle “rovine dell’io” nel quadro teorico della “fine della metafisica dell’identità” suppone la tendenziale considerazione dell’ “io” come il nuovo nome di ciò che, prima della tardo-settecentesca esplosione del trascendentalismo egologico, nella cultura greca veniva designato come l’autòs, corrispondente al latino ipse, e nella cristianizzazione medievale della romanità, persistente fin dentro il moderno, venne poi pensato come persona. In altri termini, se pensare l’identità non come necessità formale (logico-linguistica) ma come struttura reale (logico-ontologica) comporta pensare la continuità e la stabilità dell’ente, l’identità dell’ “io” trova la sua più propria determinazione nel complesso di note implicite nell’autoriconoscibilità del soggetto (ipse) e nella sua corrispondente visibilità sociale (persona). Nella cultura occidentale moderna, l’uso del termine “persona” si presenta ormai emancipato dall’originario significato di “maschera”. Ma la sua funzione di rappresentare una fittizia e pratica identificabilità dell’individuo, se non addirittura la sua intrinseca e assoluta identità, contro la minaccia della sua “divisione e dispersione” nell’incessante prodursi diacronico delle differenze, si è consolidata al di fuori della metafora stoica della teatralità del mondo e del ruolo di attore dell’uomo, portatore di “maschera”. Se il primo bisogno vitale dell’autocoscienza finita e precaria è di mantenersi stabilmente identificabile nella sua unità con il mondo, e perciò di “razionalizzare” in un ordine rappresentazionale l’irrazionale disordine dei fatti o, nietzschianamente, di “imprimere sul divenire il carattere dell’essere” (1), l’uso della nozione di “persona” è la “razionalizzazione” per eccellenza autoreferenziale, poiché serve a “razionalizzare” il razionalizzatore stesso, istituendone l’identità.

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Il testo del viandante e la sua ombra di Nietzsche

Questo testo fa comprendere come il filosofo tedesco avesse intuito la presenza dell’ombra in modo imprescindibile in ogni esistenza, in ogni viandante:

 

Agire affinché ogni cosa buona diventi
bene comune e affinché tutto sia libero
per coloro che sono liberi.
F. Nietzsche, af. 87 de Il viandante e la sua ombra

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Benvenuto al lettore, e quindi viandante

Lo scopo di questo  blog è di tentare di delineare gli incerti contorni, oppure di indurre il lettore a sperimentare lo spaesamento che si può trovare nei territori di confine  tra scienze dello spirito e scienze della natura.

Approderà casualmente in questo blog chi avrà digitato su google alcune parole chiave che costituiscono lo spirito di questo sito, aperto a discussioni su argomenti transdisciplinari che riguardano la filosofia, la psicopatologia e la letteratura, e sarà il benvenuto.

A questo sito è connesso il forum “psicopatologia e filosofia” aperto a contributi sugli stessi argomenti.

Come inizio di questo blog inserisco l’ intervista ad un grande maestro della psichiatria italiana Bruno Callieri scomparso a Roma nel Febbraio 2012, e che ritengo fondamentale per comprendere  l’importanza  dell’intento di  cui sopra.

Bruno Callieri, coniugando la sua vasta cultura psicopatologica, filosofica e letteraria con un senso di profonda umanità, ha cercato di comprendere la soggettività del vissuto e della sofferenza del paziente, e di spiegarla con l’oggettività, il sapere, e il metodo propri della scienza medica.